Viaggio a ritroso nell’utopia nel segno del sessantotto

Quello di Salvatore Vento, sociologo e pubblicista con una vasta produzione saggistica alle spalle, è un viaggio a ritroso nell’utopia. Un nostos - per usare un’espressione omerica - che si propone di ridisegnare il periplo dell’Isola Chenoncè.
Non c’è naturalmente nella realtà dei fatti, ma esiste - concreta e tangibile - nella mente del suo autore. Così come è esistita nella mente di quella generazione sessantottesca, che davvero aveva scommesso il proprio futuro sul presupposto che la realtà fosse peggiore dell’immaginazione e che per tanto, senza alcun appello, quella stessa realtà dovesse essere condannata a morte. Nell’attesa che l’immaginazione, prima o poi, sorgesse all’orizzonte.
Intendiamoci: l’impegno politico-sociale di Vento non sarebbe approdato in alcun modo a quella sinistra innamorata del grilletto della P38, il magico strumento con cui i brigatisti di ieri e di oggi pretendevano ed ancora pretendono di rimuovere vere o presunte ingiustizie sociali. Ma il terreno di cultura è sempre lo stesso, quello cioè, della Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, in cui si formarono Renato Curcio e la sua compagna di rivoluzione e di vita Margherita Cagol. Quello in cui venne elaborato il progetto demenziale della lotta armata allo stato delle multinazionali, che disseminò l’Italia, nel corso degli anni di piombo, di tante, troppe vittime.
Esito diverso, quindi, ma presupposti quanto mai simili. Perchè nella mercia verso l’utopia spesso cambiano i compagni di strada ma non cambia la menta che essi si propongono. Vento, che si era formato nel corso degli anni Sessanta nel clima infuocato del Venezuela, terra di emigrazione dei suoi maggiori ed aveva successivamente fatti propri gli ideali del cattolicesimo sociale, fu in un primo tempo conquistato dalla chimera che tante menti aveva fatto invaghire di sé in quel periodo.
Vale a dire che tra Capitale di Marx e Vangelo di Cristo esistesse solo un sottile diaframma, abbattuto il quale, comunismo e carità potessero coniugarsi.
Il marxismo avrebbe insomma messo a disposizione le coordinate socio-economiche, che il cristianesimo, da parte sua, avrebbe arricchito con un supplemento di anima. Sintesi perfetta ma impossibile da realizzarsi, per il semplice fatto che - come hanno insegnato Augusto Del Noce e Cornelio Fabbro - essenza del marxismo è proprio quell’ateismo, irriducibile ad essere arricchito da qualsiasi supplemento d’anima. Nonostante la gioia e la soddisfazione che tale arricchimento avrebbe ingenerato nelle anime belle.
La storia ideologica di Salvatore Vento prosegue così tra adesioni agli ideali rivoluzionari e la scoperta di quanto quegli stessi ideali grondino di lacrime e sangue.
Da una parte, il dogmatismo bolscevico, che non ammette dubbi nella sua marcia verso il potere, dall’altra il dubbio e l’angoscia esistenziale elevati ad unica bussola su cui regolare la propria scelta di vita.
In questo senso, questa biografia ideale ed ideologica di Vento possiede un valore unico ed irripetibile. È la testimonianza degli errori di una generazione, che ha respinto l’essere per il dover essere. Senza rendersi conto che il dover essere non è l’essere che ancora deve venire ma semplicemente il nulla.
Salvatore Vento,La città ritrovata, De Ferrari, Genova 2005, pag. 204, euro 14,00.