Viaggio senza ritorno di 39 repubblichini giustiziati a Cadibona

Sessantatré anni dopo la Liberazione ancora molti sono i tabù sui fatti e misfatti avvenuti all'ombra del 25 aprile. E quando qualcuno prova a parlarne, non mancano le polemiche. Dopo il famoso caso Pansa, suscitato a seguito della pubblicazione de «Il sangue dei Vinti», ha fatto scalpore a Savona la pubblicazione di «Trentanove biglietti di sola andata», un libro che va rivangare la cronaca di una strage avvenuta a Cadibona nel maggio 1945, di cui tutti sanno poco nulla e di cui nessuno ha molta voglia di parlare. A tirare fuori i faldoni di scartoffie dagli archivi e le cronache cittadine dei quotidiani dell'epoca è il lavoro paziente di Roberto Nicolick, ex consigliere di centrodestra in Provincia di Savona, autore del libro edito dalla savonese «L. Editrice».
Il viaggio nella storia ci riporta indietro a pochi giorni dal crollo del regime. I biglietti di sola andata di cui parla Nicolick sono quelli di trentanove repubblichini del Savonese, intercettati dai partigiani di una brigata di Alessandria e accompagnati in un viaggio senza ritorno, concluso sul ciglio di una strada provinciale dell'entroterra ligure da un'arbitraria sentenza di morte.
«Nella scrittura dei manuali di storia - racconta Nicolick - finisce inevitabilmente che si creino zone di luce e coni d'ombra». Alcune storie vengono così raccontate e altre restano per anni nel dimenticatoio, nelle caverne del ricordo di qualche superstite, ormai sempre più raro. Finché qualcuno non decide di spolverare quegli accadimenti e raccontare così quello che il processo della storia ha liquidato con minore attenzione. «Ma niente a che vedere con il revisionismo storico - precisa -, nessuno vuole mettere in discussione quanto studiosi ben più qualificati di me hanno tramandato nelle loro ricerche. Il mio intento è semplicemente quello di raccontare una storia dimenticata, ma che parte da fatti realmente accaduti, atti processuali scritti nero su bianco, cronache dei quotidiani, testimonianze orali autentiche». Una storia che si può dire quasi inedita. Esiste solo qualche accenno nel libro di Gianpaolo Pansa e qualche altro piccolo riferimento nel testo «La stagione del sangue» di Massimo Numa.
Siamo nel maggio del 1945, dicevamo, quando i partigiani di una brigata di Alessandria fermano una sessantina di repubblichini. «Depredati e arrestati - racconta l'autore - attendono che un autobus da Savona li venga a prendere. Le donne subiscono uno stupro collettivo, mentre gli uomini vengono trasportati alla caserma di Altare, in provincia di Savona, dove subiscono un pestaggio». I prigionieri vengono fatti scendere dal soprannominato «autobus della morte», si racconta nel libro, e vengono caricati su di un camion che li condurrà verso la loro ultima destinazione. Al km 142 della strada provinciale che da Savona porta ad Altare, infatti, vengono tutti uccisi a colpi di mitra, seppelliti in una fossa comune e coperti di calce viva. «A distanza di tutti questi anni - continua - di alcune salme non si conosce l'identità. Oggi riposano nel cimitero delle croci bianche di Cadibona, località dell'entroterra, dove sono seppelliti partigiani e repubblichini».
Degli autori dell'eccidio, così come delle vittime, si conoscono nomi e cognomi. «Ho scelto però di pubblicare per intero solo i nominativi delle vittime - spiega - mentre dei partigiani che hanno compiuto la strage ho preferito indicare soltanto le iniziali, per evitare che i figli oggi in vita debbano subire i riflessi di colpe che non sono loro».
Per Roberto Nicolick questo è il primo esperimento letterario, ma gli è già costato qualche minaccia. Nuovi spunti sono in cantiere per altri libri simili: «Desidero suscitare una riflessione - conclude - e rompere il tabù che da sempre copre gli anni della Resistenza». Perché - come recita la dedica del libro - «i morti non devono avere bandiere, devono avere rispetto».