Viaggio al termine dell'homo sapiens

Computer quantistici e nanomacchine potrebbero cambiare la natura dell'essere umano. Gianfranco Pacchioni illustra gli scenari possibili

Tutti gli organismi nascono in un dato ambiente. Sono costretti, per sopravvivere, ad adattarsi. Alcune specie hanno però sviluppato una strategia nuova: cambiare l'ambiente. Lo fanno i castori, le formiche... e soprattutto gli umani. Grazie alla sua grande inventiva nel creare nicchie l'homo sapiens ha cambiato incredibilmente il mondo che lo circonda e ha cambiato anche se stesso. Questo mutamento per millenni è stato molto lento ma ormai è soggetto ad una velocissima accelerazione che potrebbe addirittura portare al superamento dell'essere umano come noi lo conosciamo. Ne abbiamo parlato con Gianfranco Pacchioni, Prorettore alla ricerca dell'Università Milano Bicocca, che ha appena pubblicato con il Mulino L'ultimo Sapiens (pagg. 214, euro 15).

Professor Pacchioni perché il suo nuovo libro ha come sottotitolo «Viaggio al termine della nostra specie»?

«Stiamo assistendo a innovazioni tecnologiche profonde destinate a cambiare il nostro modo di essere. Pensiamo alla possibilità di impiantare potenti dispositivi elettronici miniaturizzati per darci capacità aumentate. Non è fantascienza. Ci sono già ventimila persone al mondo con microchip sottopelle per comunicare con il mondo esterno. E con le tecniche di ingegneria genetica siamo potenzialmente in grado di creare esseri umani perfetti. Sono solo due dei molti campi dove le tecnologie porteranno ad avere esseri umani molto diversi da prima. Questo non significa la fine dell'umanità, semplicemente evolveremo verso qualcosa di diverso, ancora difficile da definire».

L'homo sapiens per secoli ha modificato l'ambiente attorno a sé. Ora il mutamento che produciamo pare essere molto più rapido. Siamo in grado di controllarlo?

«Questo è l'interrogativo che si poneva Primo Levi nei suoi racconti fantastici da cui prende spunto il mio libro. Saprà l'Uomo, in quanto essere cosciente, controllare e incanalare gli sviluppi tecnologici in modo che non snaturino la nostra specie? È possibile, ma è anche possibile, e forse probabile, il contrario, ossia che la fuga in avanti alla ricerca di nuove frontiere non ci dia il tempo per riflettere e creare un controllo sociale sugli sviluppi delle tecnologie. È un tema delicato e scivoloso, da qui il rischio che le cose ci sfuggano di mano».

Costruiamo computer e reti di computer sempre più performanti. Secondo lei quanto siamo vicini alla creazione di una Intelligenza artificiale «forte»?

«Non sono in grado di dirlo, e forse nessuno lo è al momento. È chiaro che siamo di fronte a uno sviluppo molto rapido di algoritmi sempre più sofisticati in grado di auto-apprendere. Questo potrebbe far pensare che l'Intelligenza artificiale forte sia dietro l'angolo. Ma è anche vero che man mano che cresce l'Intelligenza artificiale, cresce anche la sua complessità e alla fine potrebbero essere richiesti sforzi immani per progressi modesti. In questo scenario l'Intelligenza artificiale forte potrebbe non essere così vicina».

Cosa pensa dei computer quantistici?

«Hanno la potenzialità per far impallidire la nostra attuale potenza di calcolo. Anche qui non dobbiamo pensare che la cosa sia imminente. Ci sono ancora problemi formidabili da risolvere e prima di 10-15 anni è difficile immaginare che diverranno disponibili. Ma quando lo saranno, allora la meta di creare Intelligenze artificiali forti sarà più vicina».

Cosa potremmo aspettarci da un'Intelligenza artificiale? Potrebbe porsi degli scopi divergenti da quelli di chi l'ha progettata?

«Nessuno lo sa, ma questo è quello che temono molti, inclusi alcuni grandi protagonisti del nostro tempo come Bill Gates, Elon Musk, o Stephen Hawking. Quello che è certo è che se siamo diventati i dominatori assoluti del pianeta non è perché siamo più forti, corriamo più veloci, o voliamo più in alto: è perché siamo più intelligenti. Se a un certo punto comparisse una intelligenza superiore alla nostra... beh, per noi sapiens potrebbe mettersi male».

Mentre cresce la nostra capacità di fabbricare macchine che calcolano cresce anche la nostra capacità di manipolare i geni. Ovviamente questo ci permette di sviluppare tecnologie vantaggiose. Ma quali sono i rischi?

«I rischi sono soprattutto di tipo etico. È chiaro che la capacità di correggere i nostri geni permetterà di eliminare malattie ereditarie, trasmesse per via genetica. Ma in linea di principio permette anche di selezionare un certo tipo di geni, e di decidere a priori le caratteristiche che avrà un nascituro: il colore degli occhi, se avrà il patrimonio genetico solo del padre o solo della madre, e via di questo passo. Tecnicamente è possibile. È molto recente l'annuncio di He Jiankui, un ricercatore della Southern University of Science and Technology di Shenzhen in Cina di aver fatto nascere due gemelline il cui Dna è stato modificato in modo da non contrarre l'Aids. La cosa ha fatto enorme scalpore, e pochi giorni fa il ricercatore è stato licenziato dalla propria università per aver violato le regole e le leggi attuali che vietano manipolazioni genetiche su feti umani. Ma la via è tracciata».

Spiegherebbe al lettore cos'è una nanomacchina?

«Tutti noi funzioniamo grazie a delle nanomacchine. Queste sono molecole o insiemi complessi di molecole che svolgono una funzione ben precisa. Per esempio se muoviamo un braccio è perché all'interno delle cellule ci sono alcune proteine come la miosina che modificando la propria forma permettono la contrazione del muscolo. Ma a loro volta le proteine di cui siamo fatti vengono montate da sofisticate nanomacchine, i ribosomi, che prendono i singoli componenti, molecole di aminoacidi, e le montano secondo uno schema ben preciso. Queste sono nanomacchine biologiche, messe a punto in milioni di anni di evoluzione. L'uomo ha fatto passi da gigante nel creare semplici macchine molecolari sintetiche, che per ora non hanno applicazione, ma che in futuro potrebbero integrare o affiancare i compiti delle macchine molecolari biologiche».

La tecnologia ci consente ormai di modificare la genetica umana. Non è semplice stabilire un limite etico in questo campo... Lei che ne pensa?

«È una domanda molto importante, ma al tempo stesso molto difficile. Il progresso non può essere fermato, e i benefici di poter intervenire su malattie genetiche sono evidenti. È però necessario che la società sviluppi dei precisi codici etici a cui attenersi. Questo sta avvenendo in parte, ma gli sviluppi sono così rapidi che gli aspetti normativi sono sempre in ritardo rispetto ai tempi della scienza».

Cos'è la tecnologia Crispr-Cas9?

«Non se ne parla ma potrebbe portare a cambiamenti epocali... Si tratta di una tecnica relativamente semplice ma molto precisa che permette di fare un editing genetico, ossia di sostituire un gene con un altro in una molecola di Dna. Questa tecnica ha reso più facili le procedure di manipolazione genetica, riducendo il numero di insuccessi, e rappresenta quindi una enorme potenzialità. Molti non sanno però che esistono associazioni di biologi fai da te, con migliaia di addetti, che si divertono a fare esperimenti di manipolazione genetica nel garage di casa e poi ne discutono sul web. In mano a persone non esperte, e fuori dal controllo delle istituzioni, uno strumento di facile utilizzo per modificazioni genetiche potrebbe riservare sgradevoli sorprese».

Nel libro lei parla di neuroimmagini e della possibilità di «mappare» il pensiero. Dove potrebbe portarci?

«Da sempre desideriamo entrare nel nostro cervello per capire i meccanismi del suo funzionamento. Negli ultimi anni sono stati fatti enormi passi in avanti grazie a tecniche che misurano i debolissimi campi elettrici e magnetici che si generano nel cervello quando svolgiamo una azione, come leggere questo testo. Il nostro cervello funziona grazie a circa 90 miliardi di neuroni, cellule nervose che comunicano scambiandosi segnali elettrici. Per ora queste tecniche sono ancora grossolane e non riescono a registrare le attività cerebrali a livello di singolo neurone; permettono però di individuare le zone del cervello dove si concentrano alcune funzioni. Esperimenti recenti mostrano come questa attività elettrica possa essere usata per comandare bracci meccanici, funzione importantissima per chi ha perso l'uso di un arto. Ma questo significa anche che siamo sulla strada per cui con la forza del pensiero possiamo dialogare con un computer esterno e comandare dei dispositivi. La domanda che sorge naturale è: ma se avvenisse il contrario? Se fosse un computer esterno a mandare dei segnali al nostro cervello stimolando le nostre azioni? Forse è fantascienza. Forse no. Come dice Harari nel suo ultimo libro (21 lezioni per il ventunesimo secolo, Bompiani 2018), se qualcuno vi descrive il mondo della metà del XXI secolo e vi sembra fantascienza, è probabile che sia falso. Ma se qualcuno vi descrive il mondo della metà del XXI secolo e non vi sembra fantascienza, allora è certamente falso».