In viaggio in Turchia con la beat generation

Il nostro giornalista ripercorre la rotta della beat generation dalla metropoli turca attraverso Iran, Afghanistan, Pakistan, India fino al Nepal

dal nostro inviato a Van (Turchia)

E se la Turchia in Europa entrasse in autobus? C'è anche un filo di gratitudine in questo pensiero, mentre fuori dai finestrini corre l'autostrada Istanbul-Ankara illuminata dalla Luna. I posti in fondo alla corriera per Goreme sono tutti occupati dai pochi turisti diretti in Cappadocia, visto che siamo ancora fuori stagione. Tre coreani chiacchierano tra loro, più avanti tre americane che ronfano da quando il bus era ancora in stazione, in fondo una coppia – lei australiana, lui britannico – legge guide e gioca con un navigatore satellitare. Nel brusio silenzioso del bus notturno, la cosa che colpisce di più è proprio il mezzo di trasporto.

Sembra appena uscito di fabbrica, la pulizia è maniacale, la comodità invidiabile, il servizio attento e continuo. Un ragazzo fa avanti e dietro tra le due file di doppi sedili offrendo acqua e bevande calde a tutti, l'insonorizzazione è perfetta, a parte un bambino che strilla nelle prime file e un turista che russa nelle ultime. Anche le strade sono in ottime condizioni, e il viaggio è piacevole per quanto lungo: quasi dodici ore per arrivare in Cappadocia. Novanta minuti vanno via nelle due soste, in autogrill-fantasma dove i soli clienti sembrano essere i servizi di trasporto di linea. Decine di pulmann allineati, centinaia di passeggeri assonnati che si aggirano tra bar, minimarket, sala da te e “tuvalet”, i bagni, rigorosamente a pagamento e probabilmente il business più fiorente delle aree di servizio turche. Il turismo che impazza, però, non è sempre un bene. Almeno secondo Isa, che pure di mestiere fa il gestore dello “Shoestring cave hotel” di Goreme. Sorride dietro gli occhiali scuri sorseggiando un caffé al latte nella corte del suo albergo, le cui 17 camere sono quasi tutte scavate nel tufo dei “camini delle fate”, le curiose formazioni rocciose che circondano la città, il cui parco nazionale è patrimonio mondiale dell'Unesco.

Isa è nato qui, 35 anni fa. Ma prima di tornarci ha girato il mondo, lavorando anche per qualche anno a Tokio. “Rispetto a quando ero bambino – racconta – qui tutto è cambiato, a parte la bellezza dei luoghi. I turisti si sono decuplicati, ma è la gente del posto che è cambiata, che ha messo da parte le tradizioni e il proprio stile di vita per venire incontro al business. Un tempo chi visitava questo paesino poteva avere un'idea reale della vita in Cappadocia, ma ora è impossibile farlo, a meno di non andare nelle campagne. Qui ormai tutti o quasi parlano inglese, e vogliono venderti qualcosa”. Ed è sempre in autobus che la Turchia si allontana dall'Europa. Dai finestrini della corriera che da Kayseri, in Cappadocia, porta a Van, in Anatolia Sudorientale, non c'è più il paese moderno e occidentale incontrato tra Istanbul e Goreme, ma paesaggi lunari, bellissimi e selvaggi, città e villaggi meno abituati non solo al turismo di massa, ma anche al turismo tout-court. Van, per esempio. Una grande città che era sul percorso dell'hippie trail, e che per un decennio ha visto passare backpackers e viaggiatori dal suo porto e nella sua stazione, diretti al confine per l'Iran. Mentre fuori nevica, nonostante sia aprile inoltrato, l'ufficio turistico della città è chiuso. C'è solo un custode gentile che non parla che turco, si stringe nelle spalle e sorride. Questa città antica è famosa nel mondo per i suoi gatti, bianchi e con gli occhi di colore diverso, ma ora anche i felini locali in strada non si vedono.

Un “turista” ormai qui è merce piuttosto rara, persino i poliziotti sono increduli: “Italians?”, domandano, e invece di indicarti la fermata del minibus ti ci accompagnano, entusiasti. La vera sorpresa, Van la riserva con il suo castello, una fortezza di quasi 3000 anni che domina la città su una collina tra il lago e il centro. È da mozzare il fiato la vista a strapiombo sull'area archeologica dell'antica Van, la cui pianta emerge come un reticolato verde che disegna strade e edifici, fantasmi di un tempo, ora coperti dall'erba su cui pascolano mucche e pecore, tra moschee in rovina. Peccato che la manutenzione del sito non sia impeccabile, e che decine di ragazzini scorrazzino tra le rovine smontando pietre e tirandosele contro. Ma sul punto più alto della cittadella, svetta un monumentale quadruplo profilo di Ataturk, rivolto ad ogni punto cardinale. Anche qui, nel cuore dell'Anatolia selvaggia e rurale, in questa città dal cuore curdo, così lontana da Bruxelles, tra minareti e donne avvolte negli chador, il cuore laico e liberale della Turchia fa sentire il suo battito.