Il Viagra cura le donne dall’ipertensione polmonare

La grave patologia colpisce tra i 30 e i 50 anni e fino ad ora le cure erano limitate. La pillola blu invece riduce i sintomi del 42% e la mortalità del 30%

da Milano

Il Viagra fa bene anche alle donne, almeno a quelle colpite da ipertensione arteriosa polmonare, malattia rara ma estremamente invalidante: chi ne soffre, fatica pure a fare cento passi. La pillola blu non guarisce, ma riduce l'affanno, uno dei sintomi principali, e di pari passo aumenta la qualità della vita. È questo il risultato di uno studio mondiale, coordinato da Nazzareno Galiè, responsabile del Centro ipertensione polmonare presso l'Istituto di cardiologia dell'università di Bologna, e pubblicato ieri sul New England Journal of Medicine, una della riviste scientifiche più prestigiose.
Non hanno neanche cinquant'anni, ma salire una rampa di scale o fare due passi per loro è una grande fatica. Sono i pazienti più gravi tra i 200 mila italiani che soffrono di ipertensione polmonare, una patologia caratterizzata da un incremento della pressione nei polmoni che comporta un superlavoro per il cuore con difficoltà respiratorie, affaticamento e l'impossibilità di svolgere i piccoli gesti della vita quotidiana. Può sorgere senza una causa specifica, oppure essere secondaria ad altri malanni, come quelli del tessuto connettivo, oppure all'infezione da Hiv, alla cirrosi o ad alcune cardiopatie congenite. Nella sua forma più grave (3-5 per cento dei casi), l'ipertensione arteriosa polmonare colpisce soprattutto giovani donne tra i 30 e i 50 anni: per loro le cure finora erano ben poche e l'aspettative di vita limitata a due anni e mezzo.
Oggi, grazie allo studio condotto su 278 pazienti sparsi in tutto il mondo, è stato dimostrato che il farmaco ha ridotto nel 42% dei casi i sintomi della malattia e aumentato del 15% la capacità di compiere attività fisica. La «pillola blu» è riuscita, infatti, ad alleggerire il peso sui polmoni e sul cuore, riducendo la pressione dei polmoni del 10% e restituendo vigore al cuore grazie a un incremento del 20% della capacità di pompare il sangue in circolo. «La cura può anche aumentare le speranze di sopravvivenza dei pazienti: confrontando i nostri dati con quelli di un registro statunitense pubblicato negli anni Novanta - ha sottolineato Galiè - la mortalità risulta diminuita del 30 per cento».