La Vicenza che tifa Usa tira un sospiro di sollievo: «Ci hanno sempre difeso»

Dopo la paura, la città torna alla normalità. «Centri sociali e comunisti stanno uccidendo il nostro futuro, non gli americani»

nostro inviato a Vicenza

«Sul chiuso quaderno di vati famosi, dal musco materno lontana riposi...», declama lui, bel militante quarantenne, occhialini da professore di liceo. Lei, svenevole, spiritosa, di rimando, leggendo dalla guida: «...Riposi marmorea dell’onde già figlia, ritorta conchiglia». E giù a ridere. Non fosse per quella bandiera di Rifondazione che lui ostenta sottobraccio e la copia del manifesto che occhieggia dalla borsa di pezza di lei, trentenne corvina con una gran sciarpa rossa di ciniglia al collo, li scambieresti per due turisti marchigiani. Quello è l’accento. Due che non rinunciano a buttare un occhio sulla vicina statua di don Giacomo Zanella, melenso poeta vicentino dell’Ottocento, autore dei versi qui sopra.
Su un cantone, poco discosto dal liceo scientifico «Paolo Lioy», che si allunga sulla destra della chiesa, una scritta spray fresca di giornata. «Gli americani stanno uccidendo il nostro futuro. Ribellione».
È vero? Domando a tre distinti signori. «Macché. Xe tute monade. Di questo passo, a uccidere il nostro futuro - rispondono a una voce i tre, che riluttano a dire i loro nomi - saranno questi dei cortei, dei comitati, i comunisti, i centri sociali e tutta la compagnia cantante che questa storia del Dal Molin si sta tirando dietro». Chiuse le scuole, chiusi i negozi, chiusi - di qui a qualche ora - anche i bar, Vicenza si avvia a vivere la sua giornata di passione e di rinuncia. Per i commercianti, un sabato perso che poteva valere oro, in tempi normali, con questo tepore, e lo struscio da signori e signore. Finirà come a Genova, al tempo del Social Forum, quando il dottor Vittorio Agnoletto andava per la maggiore, prima di sparire nel maelstrom di Rifondazione che lo ha proiettato a Bruxelles per levarselo di torno, e ora è di nuovo qui, come un vecchio cantante d’opera che torna a cantare le sue romanze preferite?
Fino all’alba la città si è come chiusa su se stessa, aspettando la buriana. Questo era il bollettino meteorologico emesso dal ministro dell’Interno; questo aveva vaticinato il signor questore. Questo temeva Alessandro Bedin, fruttivendolo di corso san Felice che alle 12.30, aveva promesso alla moglie, avrebbe chiuso i battenti defilandosi dal tornado in arrivo. A qualche «cane sciolto» in giro pensava la signora Manuela Volpato, che se non fosse stato per la mamma malata sarebbe già partita col marito e il figlioletto Marco per la loro casa di Folgaria, in montagna. Di questo si erano infine convinti i clienti più anziani della signora Lucia Murnigotti, giornalaia del centro, che non son scesi di casa neppure per farsi la solita passeggiatina fino al bar e all’edicola. «Gli tengo la loro copia per domani - dice la signora Lucia -. D’altronde non mi sento di dargli torto. Magari non succede niente, ma con l’aria che c’è in giro, chi se la sente di esporsi?».
Poi, a metà mattinata, si fa strada una nuova consapevolezza. C’è il sole, Carnevale è dietro l’angolo, carabinieri e polizia presidiano ogni tombino. Vuoi vedere che finisce in niente, e il temuto corteo si trasformerà in una allegra, festosa kermesse antigovernativa? Alla fine è proprio così che va. Con la sinistra in piazza che pugnala la sinistra al potere, in un paradossale e doloroso gioco delle parti.
La marea monta presto. Dagli zaini che dovevano essere pieni di pietre e di bandiere Usa da bruciare escono panini e parrucche esagerate; orecchie di Topolino e striscioni irridenti; una birretta, una colazione al sacco e un cannone di marijuana.
Nel gruppone, un Vittorio Agnoletto euforico. «Rivedere tutta la politica militare del governo!», prescrive. Luca Casarini, leader dei Centri sociali del Nord-est, spara contro i tentativi di criminalizzazione del Movimento, che «cresce e incarna la società reale».
Sarà una gran festa, alla fine. E lascerà con un palmo di naso, e tutto intero, anche Camillo Savorgnan, un coraggioso e un po’ strambo sessantenne che di primo mattino girava avvolto in una bandiera americana. «Gli americani sono i nostri alleati - diceva -. L’Italia no ga l’animo bellico. Qui siamo tutti pacifisti. Ci hanno difeso da possibili invasioni e ci difenderanno contro gli islamici». E se la menano? gli avevo domandato. «Pazienza. Mi mancano già un bel po’ di denti davanti», aveva risposto, prima di sparire fluttuando nel suo mantello a stelle e strisce.