A Vicenza medicinali già al supermercato

«Aperta» la prima farmacia in un grande magazzino. Federfarma: «Serrata il 19 luglio»

Stefano Filippi

nostro inviato a Vicenza

Se gli occhi di Carlo Alberto Buttarelli potessero parlare, direbbero: abbiamo fregato la Coop. Invece ridono e basta mentre lui, direttore commerciale dei supermarket vicentini Unicomm (gruppo Selex, marchi A&O e Famila), spiega orgoglioso il colpo da maestro, cioè come ha lanciato la prima farmacia d’Italia in un ipermercato. L’operazione pensata dalla grande catena rosso-Emilia e realizzata dal ministro ds Pierluigi Bersani è stata applicata per la prima volta non dalle coop ma da un concorrente e per giunta nel profondo Nordest, cuore dell’elettorato di centrodestra. Un bel capovolgimento di fronte. «Non lo dica a me - sospira il dottor Andrea Ghello, 44 anni, uno dei titolari della farmacia - io ho votato Galan e Berlusconi, e ora i miei amici di sinistra mi prendono in giro perché faccio affari grazie a loro. E perché Galan, attraverso l’assessore Tosi, lancia allarmi su possibili abusi».
C’è una tipica storia del Nordest dietro l’approdo di aspirine, Maalox e Polase in mezzo a detersivi, surgelati e casalinghi. Una scommessa sul futuro. «Siamo partiti nel 2000 - spiega Ghello - eravamo sei persone tra cui alcuni farmacisti convinti che prima o poi si sarebbe arrivati alla liberalizzazione. Volevamo essere pronti per quel momento». I sei fondarono una srl chiamata Helty che ha aperto sette parafarmacie, da Vicenza a Varese, sul modello francese: negozi commerciali dove non si vendono medicine ma cosmetici, integratori alimentari, fitoterapici e altri prodotti di solito distribuiti soltanto in farmacia. Cinque punti vendita in supermercati, gli altri in due città del nord.
Avevano già i farmacisti (assunti con contratti del commercio), i rapporti con i grossisti di medicinali e i punti vendita. Quello di Vicenza, il primo e più grande, sono 90 metri quadrati nel mezzo dell’ipermercato Emisfero, centro commerciale Palladio, periferia orientale della città; banchi e scaffali con 8.000 articoli accanto al settore della profumeria e degli omogeneizzati. La dottoressa Silvia Di Zane vi lavora dal 2001. Quando è entrato in vigore il decreto Bersani, hanno consultato un pool di esperti e poi, mercoledì 12, hanno liberato un po’ di ripiani da creme e dimagranti per collocarvi un centinaio di prodotti da banco, scontati del 20 per cento. «È la quota che già l’ex ministro Storace aveva suggerito alle farmacie», dettaglia Ghello.
Non c’è self-service per i medicinali, venduti da farmacisti che in turni di sei ore coprono l’orario continuato 9-21, sabato compreso. L’assortimento comprende sia le specialità sia farmaci generici. I dati di vendita sono top-secret. Si sa soltanto che i più richiesti sono stati i farmaci «di emergenza» (analgesici, antinfiammatori, fermenti lattici); che gli orari di maggiore afflusso sono fra le 13 e le 15 («pausa pranzo», spiega Ghello) e fra le 19 e le 21 («quando le farmacie chiudono», aggiunge); che l’accoglienza dei clienti è stata «impressionante» a detta di Ghello come di Buttarelli: «Hanno apprezzato la fruibilità, la competenza e il prezzo».
La privacy però è scarsa: manca lo spazio per lasciare che l’acquirente si consulti con il farmacista in santa pace e qualche ficcanaso ne approfitta. E se il decreto del governo non venisse convertito in legge? «Nessun problema - replica Ghello - ritorniamo come prima. Non licenziamo nessuno». Reazioni dei «colleghi»? «Tiepide. Il 75 per cento del fatturato di una farmacia sono i medicinali con ricetta, che noi non vendiamo».
Ma le riserve sulla decisione del governo restano. Federfarma ha ribadito la serrata delle farmacie del 19 luglio dopo il fallimento dell’incontro di ieri a Palazzo Chigi: il presidente Giorgio Siri ribadisce che il decreto «dimostra totale insensibilità» e «dequalifica il ruolo e la professionalità dei farmacisti trattati alla stregua di semplici commercianti». Il farmacologo Silvio Garattini teme le scorte di medicinali «come fossero caramelle». Abusi paventati anche dall’assessore regionale alla Sanità, il leghista Flavio Tosi: «Spero che i cittadini veneti capiscano il problema e continuino a orientare i loro acquisti verso le farmacie tradizionali».