Vicoli rifatti a regola d’arte solo dagli operai albanesi

Vivere nel centrostorico è tantissime cose.
Lasciamo perdere gli aspetti culturali, emotivi, sentimentali, di prezzi convenienti e comodità varie, politici e antropologici-sociali, che pure ci sono, e sono interessanti e stimolanti.
Lasciamo perdere che «vivi» dal vivo e di persona, la storia del tuo paese (visto che ogni “nuovo arrivo” a Lampedusa te lo ritrovi qui dopo tre giorni) ed ogni migrazione, anche lontanissima, lascia velocemente le sue tracce anche qui, e con tutta quella gente, piaccia o non piaccia, hai a che fare ogni giorno.
Vivere nel centrostorico è anche saper guardare, osservare, chiedere, e trarre conclusioni.
Vico Pece, ad esempio.
Non è un caruggio particolarmente famoso, ma è trafficato da tanta gente diversa, dalle vecchiette che fanno la spesa, ai «cercatori di funghi» che spigolano coscienziosamente ogni minimo anfratto in cerca di «roba», ai centauri in Vespa o motorino o Kawasaki che lì ricoverano i loro mezzi.
Da diversi giorni una squadra di operai è al lavoro per cambiare vecchie tubazioni dell’acqua, hanno disselciato l’intera pavimentazione, cambiato i tubi e, rapidamente, rimesso a posto.
Sono tutti albanesi.
La meraviglia – e non riesco a trovare altra parola – sta nel «come» hanno rimesso a posto le cose a lavoro finito: Vico Pece non è mai stato così nitido, pulito, ordinato, addirittura splendente.
Ho a lungo osservato quegli operai: hanno saputo rimettere ogni antica pietra nel suo posto esatto, ogni pietra è stata pulita una ad una, e tra ogni pietra è stato delicatamente versato e livellato con estrema cura il cemento.
Un lavoro veramente ben fatto, senza perdere tempo, senza inutili chiacchiere e senza mugugni, mangiando a mezzogiorno un panino seduti per terra, seri ma non torvi, e quando gli ho fatto i complimenti le loro facce si sono aperte in un grande sorriso, dignitosi ma evidentemente contenti e grati dell’apprezzamento.
In tanti anni ne ho visti di lavori del genere, e moltissime volte son dovuto intervenire per correggere errori di ogni tipo, con discussioni e talvolta addirittura minacce.
Un volta mi venne a dare una mano addirittura Benvenuto, l'allora Preside della facoltà di Architettura, con tutto il peso della sua autorità: e si trattava, invariabilmente, di lavoratori italiani, scontenti, avviliti, di malumore, che lavoravano come «costretti», mugugnando e spesso imprecando.
E non è la prima volta che li vedo all’opera questi albanesi : quando hanno rifatto e decorato il palazzo che sta tra San Bernardo e Piazza Embriaci, hanno realizzato veramente un piccolo capolavoro di professionalità, ed ho notato quello è il loro modo normale di lavorare, quello che gli consente, a cose fatte, di rimirarsi un «lavoro ben fatto».
Quando sento dire che gli immigrati son venuti a fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare, mi chiedo se gli italiani sono ancora in grado di «saperli» fare, questi lavori.
Perché esiste anche un’etica del lavoro, e che «farlo bene» è un dovere, solo adempiuto il quale possiamo pretendere i «diritti».
E se gli italiani tutti riuscissero ancora a capire queste cose e comportarsi con la stessa dignità di quegli albanesi, le cose andrebbero meglio, molto meglio, in questo Paese.