Victor Zaslavsky, lo storico della vera Unione Sovietica

Caro Granzotto, trovo giusta l’indignazione del Giornale che attraverso l’articolo di Alessandro Gnocchi denuncia il silenzio della stampa progressista sulla scomparsa del grande storico Victor Zaslavsky. Del quale lessi il fondamentale Togliatti e Stalin che scrisse in collaborazione con la storica Elena Aga-Rossi e dove veniva smentita radicalmente la favola di un Togliatti autonomo dal Cremlino. Accusato di «revisionismo», come i comunisti chiamano la ricerca della verità, Zaslavsky fu odiato in vita e ora, a quanto pare, anche in morte. Il comunismo sarà morto, ma non nella testa di molti.
Milano

Storici, intellettuali e giornalisti di sinistra hanno agito per quel che sono, caro De Bellis: dei meschini. Cosa credono, che con il decretare la loro vigliacca damnatio memoriae finiscano per rimuovere il contributo di Victor Zaslavsky alla verità sul comunismo? Sugli orrori, le ipocrisie e i fallimenti di un’ideologia presa a calci nel sedere dalla Storia? Ho conosciuto Victor, gli sono stato amico. Era un uomo mite e gentile; con lui e la moglie, Elena Aga-Rossi, s’era sempre in buona compagnia. Raccontava storie straordinarie, di quelle che facevano sgranare gli occhi anche a chi aveva creduto d’aver letto tutto sul comunismo, i suoi errori e i suoi orrori. E parlava da testimone: trentasette anni trascorsi nella plumbea atmosfera dell’Unione Sovietica prima stalinista e poi krusceviana fino a quando, era il 1974, non vi venne espulso per dichiarata indocilità al regime. Gli andò bene, se si pensa alla fine che toccò ai dissidenti prima che s’annunciassero, con la «distensione», i benefici dell’era Breznev. Aveva memoria di ferro, Victor Zaslavsky, ciò che gli consentiva di aprire squarci sorprendenti sulla realtà comunista, su una esistenza condizionata dalla diffidenza e dal sospetto (chiunque poteva essere un delatore: bastava la sua parola per finire al muro o in un gulag), attanagliata dall’incertezza del domani (l’«auto nera», che se si fermava davanti al portone di un caseggiato ripartiva immancabilmente con un uomo o una donna della quale non si sarebbe saputo più niente. O il sentir bussare all’uscio nel cuore della notte: una condanna a morte) e dalla occhiuta, inquisitoria burocrazia (Victor mi narrò che per ottenere il permesso di acquistare una macchina fotografica, dovette attendere due anni, subire non so quanti interrogatori e un paio di perquisizioni domiciliari).
Gli anni trascorsi nel «paradiso dei lavoratori» gli avevano lasciato il segno: una vita ritmata dalla consapevolezza che qualsiasi giorno era buono per l’invito a un «colloquio» alla Lubianka («l’edificio più alto di Mosca: da lì si vede la Siberia») anticamera della sparizione nel nulla, un clima di tensione, di allarme permanente che ti portava perfino a evitare lo sguardo del tuo vicino, che mai avresti saputo se ti era amico o confidente del Comitato per la sicurezza dello Stato, l’aveva fatto circospetto, guardingo. Teneva il tono di voce sempre basso e come avesse un tic, quei ricorrenti scatti rapidi e involontari, si girava spesso per guardarsi alle spalle. Professore universitario - a Mosca e, una volta scelta la libertà, in Canada e a Roma - Zaslavsky scrisse, sovente a quattro mani con Elena Aga-Rossi, libri che hanno smantellato fino a ridurla in briciole la vulgata comunista, a cominciare dalla favola di un Togliatti indipendente dai voleri del Cremlino. Cosa che i «sinceri democratici» non gli hanno mai perdonato. E nella loro cialtrona faziosità mostrano ora di essere all’oscuro della scomparsa di uno storico, di un uomo di grande coraggio la cui sola ombra li rende tutti nani, per non dir pidocchi.