Video porno nel computer di Chiara

Al processo Stasi spunta un cd allegato alla perizia dei Ris del 2007
con 72 filmini hard. Ma non è detto che fossero della vittima: nei
giorni in cui sono stati scaricati la ragazza non era in casa. Forse
appartengono al fratello

Milano - Le carte del processo di Garlasco sono una miniera: non si finisce mai si scavare. E dove gli investigatori sono convinti di aver esplorato tutto l’esplorabile, sono i giornali a rilanciare offrendo coriandoli dei diciotto monumentali faldoni che compongono l’inchiesta. L’ultima sorpresa, sullo sfondo di una guerra fra accusa e difesa che si combatte anche sul versante mediatico, arriva da Libero che disseppellisce un cd allegato alla relazione informatica del Ris dei carabinieri dell’11 dicembre 2007.

In quella relazione i militari esaminavano i numerosi computer in qualche modo coinvolti in questa storia. Chiara Poggi, la vittima, aveva la disponibilità di quattro computer (uno però non più funzionante dal 2006) ed è da uno di questi che saltano fuori migliaia di accessi a siti porno. Facile immaginare il passo successivo: ecco, almeno in ipotesi, la vita segreta, assai disinibita, della ragazza. Quel computer, fisso, ancorato in casa Poggi, si sarebbe collegato migliaia di volte col sito «youporn» e da quel sito sarebbero stati scaricati 72 filmati hard; non basta, perché Chiara o chi per lei avrebbe cliccato 1.028 volte il sito «nuovemozioni», 50 volte «pornotube» e 48 «classicpornostars». Insomma, par di capire, se Stasi aveva la testa immersa nel mondo della pornografia e utilizzava il suo pc come un trampolino verso brividi di piacere e torbide sensazioni, anche uno dei computer di Chiara aveva la prua rivolta verso l’universo hard e piaceri ad alto contenuto erotico.

I conti però non tornano e per molte ragioni. Anzitutto, il Ris non dà alcuna importanza a questi dati, pure così suggestivi e nella relazione di fine 2007 ignora completamente questi accessi. Come mai? Superficialità? E come mai anche la difesa di Stasi, per quanto se ne sa, ha lasciato riposare in pace l’allegato 05-3? Lo farà nei prossimi giorni? Certo, finora nessuno si era aggrappato a quelle scorribande nei territori del proibito per tentare di dimostrare che Chiara e Alberto erano allo stesso modo due persone libere, senza freni morali e in qualche modo complementari nel coltivare passioni eccentriche per non dire perverse.

La settimana scorsa, in udienza preliminare, il Pm Rosa Muscio ha invece giocato questa carta alla ricerca di un movente convincente del delitto: in sostanza, per l’accusa, Stasi aveva una «propensione maniacale per la pornografia» e avrebbe forse chiesto a Chiara «qualcosa di più particolare rispetto ai loro rapporti intimi» o forse voleva filmare con Chiara scene analoghe ad altre viste in precedenza. Chiara, che in passato aveva ceduto alle sue richieste, questa volta si sarebbe rifiutata e il suo no avrebbe innescato la scintilla mortale. Risultato: l’affondo del Pm pare aver rotto i già precari equilibri fra le parti. Così un cd ritenuto di scarsissimo valore diventa ora il colore con cui ridisegnare la personalità di Chiara fino a sovrapporla a quella di Alberto. E provoca la reazione della famiglia Poggi che, provata dal dolore, annuncia querela.

Quel che però non viene esplicitato è invece scritto nella premessa alla tabelle compilate dai militari del Ris. I carabinieri annotano infatti che il computer era «nella disponibilità di Chiara e del fratello», un adolescente che probabilmente giocava sulla tastiera come tutti i coetanei e qualche volta in compagnia degli amici invitati a casa. Del resto, dagli altri due computer - un fisso e un portatile - in uso a Chiara perché fornitigli dalla società in cui lavorava, la Computer sharing di Milano, non è uscita nemmeno un’immagine pruriginosa. Neppure una connessione sospetta o malandrina. Niente di niente. Si potrebbe sempre obiettare che certe avventure, certe navigazioni, si sviluppano meglio e si consumano soltanto nella solitudine di casa, lontano da occhi indiscreti, e non fianco a fianco con i colleghi. Si potrebbe. Ma l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, difensore di parte civile va ben oltre con parole categoriche: «Questa storia era già circolata mesi fa sotto forma di anonimo spedito ai giornali e già allora avevamo fatto le dovute verifiche: tutte o quasi le incursioni nei vari siti si registrano quando Chiara è al lavoro e a cliccare sul mouse c’è qualcun altro. Attenzione - aggiunge Tizzoni - stiamo parlando di siti porno fra virgolette normali, non delle immagini raccapriccianti, per di più catalogate meticolosamente, che sono state trovate sul pc di Alberto».

Non basta: «C’è un capitolo a parte - prosegue Tizzoni - ed è quello relativo all’attività del computer nei giorni immediatamente precedenti al delitto, ma dopo il ritorno di Alberto dal famoso viaggio a Londra. In quel caso c’è traccia di accesso a siti commerciali che proponevano biancheria intima e lingerie: gli interrogatori di Alberto, una mappa preziosa di quelle giornate, ci conferma che a spingere Chiara a quelle perlustrazioni era lui, appena tornato a Garlasco. La famiglia di Chiara non tollererà più ulteriori diffamazioni».

Impossibile andare oltre col gioco pericoloso delle interpretazioni. I militari del Ris non parlano, ma fonti investigative ridimensionano la storia nei numeri e nei contenuti. Il 9 aprile, intanto, a Vigevano la macchina processuale si rimette in morto: comincia il processo ad Alberto. La sentenza potrebbe arrivare già il 18 aprile. Ma è probabile che il gip Stefano Vitelli prenda tempo e disponga nuove perizie.