«Lo videro uccidere: ergastolo per Mailat»

OGGI LA SENTENZA L’imputato non ha fatto una piega di fronte alla richiesta dell’accusa

Romulus Nicolae Mailat non ha cedimenti neppure quando il pm Bice Barborini conclude la sua requisitoria chiedendo per lui l’ergastolo. L’interprete traduce «inchisoare pe viata», in romeno carcere a vita, e lui nulla, neppure un sussulto. L’accusa non ha dubbi: è stato Mailat ad aggredire Giovanna Reggiani lo scorso 30 ottobre nei pressi della stazione ferroviaria di Tor di Quinto. Voleva rapinarla, la percosse senza pietà e la abbandonò agonizzante in un fossato. La donna morì in ospedale dopo due giorni di coma.
«Questo omicidio non fa parte dei casi senza colpevoli», dice il pm Barborini ricordando che la sentenza, prevista per oggi, arriva in prossimità dell’anniversario dell’aggressione. E subito calca la mano: «Non si può dire che Mailat non abbia agito con crudeltà. Ha colpito la Reggiani con un bastone a superficie piatta e ha infierito sulla donna per sincerarsi che non potesse sopravvivere». Contro di lui non solo la testimonianza di Emilia Neamtu, la donna che diede l’allarme dopo aver visto il connazionale trascinare il corpo esanime della Reggiani, ma soprattutto quella di Dorin Obeda, suocero dell’imputato, che vide Mailat «aggredire la donna, da solo». Fa una certa impressione ascoltare la Barborini leggere in aula le dichiarazioni rilasciate da Obeda all’autorità giudiziaria. «Verso le 19-19,30 - ricorda il pm quel racconto - Mailat, che era ubriaco, mi aggredì dicendomi che dovevo tornare da dove ero venuto, altrimenti mi avrebbe menato. La madre mi disse di andargli dietro “tante volte commettesse qualche scemenza”. Lo vidi dirigersi verso la stazione e lo seguii». Obeda credeva che Mailat stesse andando a rubare rame, ma cambiò strada. «Stavo all’incirca 20-25 metri dietro le sue spalle - continua - lo vidi piegarsi e prendere da terra un bastone. Nello stesso tempo arrivava un treno e lui, fermo sul vialetto col bastone in mano, guardava chi scendesse. Io mi avvicinai e gridai rivolgendomi a lui “ragazzo vieni qui, cosa vuoi fare”. Mi disse di stare zitto e di sedermi a terra. Così feci. Vidi arrivare una donna, portava sulle spalle una borsa nera. Vidi come l’aggredì, come le strappò la borsa strattonandola. La donna non mollava e allora iniziò la colluttazione. Lei lo graffiò al volto, Mailat la colpiva con pugni sulla pancia e sulle costole. Lo vidi prendere il bastone e colpirla sulla fronte e dall’alto in basso. Con tutte le sue forze. In seguito al colpo ricevuto la donna è caduta a terra. Mailat mi ha tirato la borsa dicendomi di stare attento a non far cadere nulla. In quel momento ho visto arrivare Emilia». È lei l’altro capo saldo dell’accusa. «Vidi Mailat con una persona sulle spalle - racconta - il viso sanguinava. La mise a terra e la trascinò perché la voleva mettere sotto il ponte». Per l’avvocato Tommaso Pietrocarlo, legale di parte civile, «contro l’imputato prove certe». Mailat ascolta impassibile, poi si confida con chi gli sta accanto: «Non ho parole, mi affido alla giustizia divina. Non ho mai avuto nessuna reazione durante il processo perché ho capito che sarebbe stato inutile. Volevano a tutti i costi un colpevole e penso di essere stato estratto da un mazzo di carte. Sono un capro espiatorio, forse, per tutti i romeni che hanno commesso reati in Italia».