«Vidi la mia maestra rapata poco prima della fucilazione»

Il cantautore originario di Monfalcone: «Il dopoguerra fu vero terrore»

Cesare G. Romana

da Genova

«Se c’è un oggetto cui tengo più dei miei dischi di jazz - parola di Gino Paoli - è la doppietta che mio padre ereditò da mio nonno, io da mio padre e che i miei figli erediteranno da me. Ho insegnato loro a smontarla, pulirla, rimontarla: le armi è meglio conoscerle, se te ne vuoi difendere». Detta così fa un po’ effetto, dopo tutto Paoli è un uomo di pace. Eppure: «Se a un bambino capita in mano un’arma, deve sapere cos’è, se vuoi che non si faccia del male per ignoranza». Del resto lui che in vita sua non ha mai sparato un colpo, se non quello che da oltre trent’anni porta incapsulato nel pericardio, cantava nel 2002 di «qualcuno come te», cui «hanno parlato di patria di eroi e di dei», ma quando «lo vedrai senza divisa/senza la bandiera e senza elmetto/tu t’accorgerai che è solo un uomo/e che tu sei quello che l’ha ucciso». Diceva Pascal: «Perché mi ammazzate? Perché abito di là dal fiume».
Ché la guerra l’ha conosciuta da vicino, Paoli l’antimilitarista, il poeta dell’amore in prima fila nel sostenere la campagna di Emergency contro le mine anti-uomo. «Avevo sei anni - racconta -, vivevamo a Pegli, ponente di Genova. I tedeschi stabilirono le loro batterie sulle colline adiacenti, a ogni sparo i muri tremavano, la notte strillavano le sirene e tutti a scappare nei rifugi. Mio padre disse: “Troppo pericoloso”, e cominciarono le peregrinazioni. Sfollammo a Piombino, poi a Monfalcone, ad Arenzano, a San Lorenzo della Costa, su un monte che dominava il golfo di Santa Margherita. Ogni giorno mio padre, che faceva l’ingegnere navale, prendeva la sua borsa e saliva su un treno, per andare al lavoro. Ma le bombe avevano maciullato la strada ferrata, e se i treni non andavano lui si faceva quattro ore di cammino, piovevano proiettili e si conficcavano nella borsa, tenuta sulle spalle come uno scudo. Arrivava a casa con i progetti e i disegni tutti bucherellati, e la borsa appesantita dal piombo».
Poi la guerra finì, e fu peggio: «L’aspetto più terrificante dell’orrore è che ti porta a vedere, nell’assoluta anormalità, una specie di delirante normalità. Prima della Liberazione passavo lunghe serate acquattato sulle alture di Ruta, vedevo gli zampilli di luce rossastra fiorire su Recco e, nella mia incoscienza di bambino, mi pareva d’assistere ai fuochi d’artificio. Il dopoguerra, invece, fu puro terrore: gelido, incancellabile. Finirono i bombardamenti, la scia fumosa dei bielica, le vampate che illuminavano il mare. Ma incominciarono le faide. Tornammo a Pegli, ricordo che alla stazione di Recco il treno si fermò e dovemmo proseguire a piedi, tra le macerie. I bombardamenti alleati avevano distrutto la città e si camminava tra due pile di cadaveri. Scattò una gara di efferatezze tra fazioni contrapposte, vidi la mia maestra nuda in un laghetto, rapata a zero prima di essere fucilata, un mio compagno di scuola fu ucciso insieme al padre, ex podestà, un nostro vicino di casa, fascista, fu giustiziato sotto i miei occhi. Robe così te le porti addosso, per sempre».
Poi ci furono le foibe, gli dico, voi vivevate a Genova e non ne foste toccati, ma la vostra famiglia lo fu. «Sì, mia madre era di Monfalcone, dove del resto sono nato anch’io. Tito aveva deciso di annettersi Monfalcone e Trieste: i suoi uomini, appoggiati da partigiani italiani, arrivarono dalle nostre parti, prendevano chi capitava, di notte, gli sparavano un colpo nella nuca e poi giù, nelle foibe. Fu così che alcuni miei lontani parenti - gente pacifica, non credo fossero fascisti - finirono inghiottiti dal nulla. Me lo raccontarono mia madre e mia zia, che non riuscirono mai a perdonare. Arrivarono a odiare gli jugoslavi, sicché fui quasi stupito quando, da adulto, andai da quelle parti e ci trovai tanta gente per bene. Capii qual è il potere perverso della guerra: costruisce la violenza dove la violenza non c’è, prende le persone normali e le tramuta in mostri. Negli anni Sessanta venne a intervistarmi un fotografo torinese, ex partigiano. Mi raccontò: “Sai, dopo la guerra ci capitava di prendere dieci persone e di ammazzarle, era normale“. Ed era un’ottima persona».
Fa una lunga pausa, Paoli, come per assorbire un’angoscia ancor oggi insostenibile. Poi, quasi parlando a se stesso: «Sai qual è la tragedia? Che all’orrore non c’è antidoto, è un mostro che si alimenta di sé. C’è come un’escalation storica: nel ’15-18 a scannarsi erano soltanto i militari, nel ’40-45 cominciarono i bombardamenti di paesi e città, con le Torri gemelle si è arrivati alla terza fase, il fronte non c’è più, si colpisce direttamente la gente. Ha senso chiedersi, in un conflitto, chi ha ragione e chi ha torto? Una cosa ho capito: ha sempre torto chi se la prende con i civili».
Stupisce che un’esperienza tanto traumatica abbia lasciato poche tracce, nel vasto canzoniere paoliano. Pudore? Paura di riaprire vecchie ferite? «Macché, è che non sono solito dire evviva o abbasso, non amo i proclami e gli scoop. E poi la mostruosità è così difficile da raccontare. Ma certe esperienze ti segnano per tutta la vita. Non sarà un caso che, nella mia generazione, ci siano stati tanti suicidi: io ci ho provato, Tenco l’ha fatto, altri amici sono finiti con una pallottola in testa o giù da un balcone. Aver vissuto la guerra ti dà una confidenza con la morte, che ti preserva dall’averne paura».
Tu sei un uomo di sinistra, gli dico. E tra i responsabili delle faide postbelliche, e poi delle foibe titine, c’erano ex partigiani e comunisti. Storie note e inquietanti: Pasolini ne ebbe ucciso un fratello, De Gregori uno zio, tu amici e parenti. Non pregiudica, questo, le tue certezze? «Certezza è una parola che non conosco: sono un uomo di dubbi. A parte questo, resto antifascista, di sinistra, anarchico. Ma non posso non constatare i fatti. Ed è certo che ci furono efferatezze da entrambe le parti: tra i repubblichini, tra i nazisti ma anche tra i loro avversari. Non mi interessa stabilire chi abbia torto o chi abbia ragione, ma una cosa ho imparato: la violenza ha sempre torto. Chiunque la pratichi».