Vidoz, un Babbo Natale che ama usare i guantoni

Il pugile: "Combatto per sfamare tre belve: i miei bambini. Li ho adottati in Armenia. La mia vita è cambiata quando ho visto lo sguardo dei piccoli rimasti là". Lo sponsor? "Il mio lattaio"

Milano - Trentotto anni, ma chi glielo fa fare? «Devo dare da mangiare a tre bambini molto affamati. Sono tre belve». La battuta è lieve, i pugni pesanti. Ma la storia di Paolo Vidoz è tutta un saltabeccare fra un giocar con i fatti della vita e uno schivar pugni pesanti. Non li ha schivati sempre, i pugni. Qualcuno gli ha rotto una mascella ed infatti adesso si fa chiamare Titanium jaw (mascella di titanio) in ricordo di quel colpo che gli inflisse Nikolay Valuev, la montagna dell’Est. Vidoz si è fatto ricostruire con una placca di titanio. Ed è tornato a vincere e perdere. L’altro pure, tanto che domani se la vedrà, a Zurigo, con Evander Holyfield, altro esemplare della boxe protozoica di questi tempi: 46 anni e nessuna intenzione di fermarsi. I nonnetti vanno di moda e cercano danaro: per pagare debiti o sfamare figli.

Vidoz poteva essere un campione e tanto ha sprecato del suo talento. Certamente sa essere personaggio con quel modo baldanzoso e battutista, realista e sdrammatizzante di parlare di sé e di leggere ogni storia. Stasera a Milano proverà a riconquistare il titolo europeo (vacante) dei massimi. Era suo tre anni fa, poi l’ha perso e cercato di riconquistare due volte: niente da fare. Sul ring ha tecnica e sa soffrire: è la sua carta d’identità. Se la vedrà con un bel tronco d’albero inglese, un tipo nero e ingombrante (113 kg contro i 108 kg di Vidoz), un centimetro più alto del nostro (m. 1,91). Si chiama Matt Skelton, età che fa moda (anni 41). Proviene dalla lotta orientale. Prima muay thai, ovvero calci, pugni, ginocchiate e gomitate. Poi K1: solo calci, pugni, ginocchiate. Combatte in tutti i modi e nella sua boxe se ne vedono gli effetti.

«Sarà l’avversario più tosto della mia carriera. Non voleremo come due farfalle. Dovrò batterlo con la tecnica e la tattica». Vidoz liquida così pericolo e problema. Nella vita ne ha viste già abbastanza e le tre belve lo stanno allenando a tutt’altro. Belve uguale tre bambini: è andato a prenderseli in Armenia. Ma prima di incontrarli, aveva provato a sfondare come pugile negli Stati Uniti, eppoi ha dato una mano ai ragazzini pugili in Afghanistan. Infine un giorno è partito con Monica, sua moglie, per l’Armenia ed è tornato a Mossa, poco lontano da Gorizia, con due maschietti, Artythom, che oggi ha 9 anni, Artak (11 anni), e una femminuccia, Hripsime, oggi 7 anni. Dice Monica: «Sono terremoti, la bambina soprattutto. Difficile tenerli. Sono morta dalla fatica. Quando Paolo è stanco gli dico: vuoi provare a fare i compiti di matematica con loro?». Lui se ne guarda bene. Anzi, spesso non vede l’ora di andare sul ring. «Almeno mi riposo un po’!». Però i tre bambini lo hanno cambiato dentro. Prima era un gozzovigliatore con la voglia di fare il pugile. Ora fa il pugile con la voglia di non mollare. Ripete, non sempre per scherzo: «Devo sfamare quelle tre anime. Magari un giorno combatterò per la sagra del prosciutto. Fare la boxe è ancora un lusso, quando mi toccherà lavorare sarà peggio».

Tanto del suo futuro dipenderà dal match di stasera. Fra l’altro, Milano riaccoglierà un europeo dei massimi dopo 21 anni. Vidoz non pensa alla storia, ma alla sua storia. Da una vita vuol mettere in piedi un’osteria. Poi ci sono i bambini. Per ora ha come "sponsor" il lattaio: «Mi passa cinque litri a settimana per loro». Non gli basterà chiudere con la boxe a 40 anni, come vuole la federazione. Un giorno ha fatto una battuta: «Perché noi boxeur solo fino a 40 anni e le donne in pensione a 65 anni?». Qualcuno penserà: è già suonato. «Ma che dite? Era una battuta. Magari domani smetto. L’idea è quella di continuare ancora un po’, 6-7 anni magari con licenza straniera. Ma bisogna ascoltare il fisico, sentire cosa ti dice. Non mi va di finire da rinco... So bene che, a questa età, rischi la salute. A meno di non voler salire sul ring sentendo sempre suonare i campanelli».

Per ora i campanelli glieli suonano i tre diavoletti: lui così grosso e loro moschini che se lo giocano. Vidoz sembra un orso bianco, soprattutto ora che s’è tagliato la barba. Dice che in Armenia ha scoperto il dolore negli occhi dei bambini. «Li ho guardati quando ho portato via i miei tre. Non potrò dimenticarli». È una sorta di Babbo Natale con i guantoni sulle mani. Regala pugni. Eppur fa simpatia.