Vidoz a Kabul sul ring della guerra

Paolo Vidoz stavolta va sul ring della guerra. Domenica partirà per Kabul, Afghanistan, con tutto quello che ne segue, seguendo l’istinto del missionario (con sponsor) della boxe. In accordo con «Peace wave», organizzazione di pace internazionale, e lo sponsor Top Ring (attrezzi sportivi per la boxe) caricherà sull’aereo sette scatoloni contenenti tutto quello che serve per allestire una palestra pugilistica e sbarcherà a Kabul dove la palestra è già pronta sotto il vecchio stadio calcistico. «Non sarò il primo perché, tempo fa, un’altra organizzazione ha portato materiali per i pugili di Kabul. Però andrò a vedere a che punto sono e che cosa si può fare per loro, per aiutarli ed insegnare la boxe». Vidoz sarà accompagnato dalla moglie, reclutata sotto la voce manager, e altre quattro persone tra cui una insegnante di musica, perché a Kabul è stata anche aperta una scuola femminile di musica. Voli regolari fino ad Abu Dhabi, poi imbarco su un mezzo militare.
Vidoz, pugile di confine in tutti i sensi, aveva preso questo impegno già da tempo. Ha lavorato in pressing sullo sponsor perché gli regalasse l’attrezzatura per la palestra. Doveva andare a Kabul un anno fa, ma poi ragioni di sicurezza e impegni pugilistici glielo avevano impedito. Stavolta ha preso l’occasione al volo: la difesa del suo europeo dei massimi è stata rinviata al 28 gennaio a Berlino. «E allora ne ho approfittato per questa spedizione che mi lascia meno tranquillo di quando salgo sul ring. Poi dovrò ricominciare ad allenarmi sul serio. Come diceva quello scrittore? Meglio essere campione del mondo dei pesi massimi che presidente degli Stati Uniti. Sono d’accordo, anche se sono solo campione d’Europa».