A Vienna Jansons seduce con polke, valzer e operette

Davanti ai cancellieri d’Austria e Germania la bacchetta lettone conquista il pubblico con «Ode alla donna» e «Voci di primavera»

Piera Anna Franini

Non lo si segue più in diretta da Vienna, ma in differita, nel primo pomeriggio. Pazienza, cogliamo questo posticipo come un’opportunità per smaltire le gozzoviglie del San Silvestro. È il concerto di capodanno per definizione, quello dei Wiener Philharmoniker, nella sala d’oro degli Amici della musica, visto in sessanta Paesi: quattordici in più rispetto al 2005. Concerto al quale l’Italia ha inteso rispondere con un appuntamento dal teatro la Fenice. Risposta quanto mai improvvida. Il caso e le celebrazioni mozartiane vogliono che a distanza di 30 minuti sia stata ascoltata l’Ouverture dalle Nozze di Figaro. Che a Vienna procede a briglia sciolte, aerea, lieve, con uno squisito lavorio di parti interne fra vortici e spirali che i Wiener sanno disegnare ad arte. Le classiche parole pregnanti dette con souplesse che alla fine dell’Ouverture strappano a una sala gremita - fra gli ospiti eccellenti i cancellieri d’Austria e Germania - un sonoro «bravo». L’omaggio è per l’orchestra e per il direttore Mariss Jansons: bacchetta elegante e musicalissima, bel viso baltico propizio a riprese televisive. Ulteriore punto a favore di questo direttore cresciuto fra Riga, dove è nato 62 anni fa, e San Pietroburgo dove Jansons si trasferì nel 1956. Dal settembre 2004 è direttore musicale dell’orchestra del Concertgebouw di Amsterdam e dal 2003 della Symphonie Orchester des Bayerischen Rundfunks. Direttore, al suo primo concerto di capodanno a Vienna, che ci auguriamo riservi all’Italia (che adora: «la lingua italiana, il cinema del neorealismo, il senso del bello è così presente nel vostro dna», ha confessato) una presenza più generosa. A Milano fece capolino su invito delle Serate musicali alla testa della Filarmonica di Oslo, dalla quale si congedò nel 2000 dopo 21 anni di collaborazione. Nel dicembre del 2003, sempre sul podio dei Wiener, alla Fenice di Venezia prese parte alla maratona inaugurale di un teatro finalmente tornato alla vita
L’intesa di Jansons con i Wiener è speciale. Basta un’occhiata, intinta di malizia, per raccogliere l’attenzione e la simpatia di orchestrali avvezzi a bacchette di rango e tutt’altro che inclini a facili concessioni. E in una frazione di secondo tutti pregustano l’effervescenza di un Galopp di Johann Strauss. Come l’oliata macchina viennese vuole, scorrono piacevolmente polke, valzer, frammenti da operette degli Strauss. Nella Diplomaten Polka è un continuo contrarre e allargare il tempo, un insinuare galante e sottile, appunto diplomatico. A contrasto, la Polka veloce di Josef Strauss, più ruspante e goliardica con i violoncelli divertiti fra fioriture e ricami e percussioni vive e mai debordanti. Il Valzer Voci di primavera di Johann Strauss associa una punta di malinconia che fa tanto Vienna a profumi di primavera. È un delicato cristallo, trattato coi guanti, la polka-mazurka Ode alla donna di Johann Strauss: anche qui una spruzzata di malinconia presto esorcizzata dai rigogli dei legni.
Solo un paio di inserti danzerecci, quest’anno, con i solisti del balletto di Amburgo e di Vienna e le moderne coreografie di John Neumeier. La Telephon polka di Eduard Strauss offre lo spunto per una gag: squilla un telefono, è quello di Jansons che estrae dalla tasca l’apparecchio, lo maneggia e poi riprende la bacchetta. Jansons che finge l’attacco del valzer dei valzer, Sul bel Danubio blu, e poi si rivolge alla platea ricordando che «la musica è uno dei più grandi valori della vita, una voce dell’anima e del cuore, il nostro nutrimento spirituale. Ci auguriamo che anche in futuro continui ad essere una parte significativa della nostra esistenza». E via con un Prosit collettivo.