Vietare il porno non basta Serve una tv di qualità

È di pochi giorni fa la notizia positiva che l'Authority delle comunicazioni ha decretato il divieto, per ogni televisione, di trasmettere immagini e video a carattere sessuale e pornografico.
A causa di un grave incidente chirurgico agli occhi, dovendomi difendere da una forte e dolorosa forma di fotofobia, sono costretto da diversi anni a vivere più di notte che di giorno e così ho avuto modo di «apprezzare» quello che, purtroppo, la programmazione notturna televisiva nazionale e locale propina selvaggiamente da mezzanotte in poi: un immondezzaio, un vero e proprio casino di immagini pornografiche, ripetute ossessivamente fino alle prime luci dell'alba.
Bene ha fatto, dunque, il Garante a decretare questo civilissimo, necessario, seppur tardivo divieto. Niente porno quindi di notte, ma il problema, ben più grave, riguarda il giorno e il resto della programmazione televisiva diurna, soprattutto quella pomeridiana e serale, di prima o seconda serata. Ma qui la parola passa ai veri protagonisti: le emittenti, gli autori televisivi e i telespettatori.
Più che la pornografia esplicita, infatti, la vera miccia accesa che minaccia dagli schermi dei nostri televisori l'intelligenza di ognuno di noi è l'attacco violento e sistematico che, ogni giorno, viene portato contro la famiglia e contro la vera educazione dei giovani ai valori autentici della vita.
Molto più pericoloso della pornografia è, infatti, il modello culturale e i simboli educativi veicolati da troppe trasmissioni di intrattenimento o della cosiddetta fiction televisiva. Vediamone alcuni tra i più frequenti: il concetto di diritto individuale slegato da ogni dovere personale; l'assenza di legami intesa come il massimo della libertà; la voglia, l'istinto e il piacere eretti a criterio supremo; l'uso della violenza, non solo verbale, autorizzato e quasi ammirabile; la totale abolizione del concetto di peccato o di inadeguatezza morale, sostituiti dalla quintessenza del relativismo rappresentato dalla formula «ciascuno è libero di fare ciò che gli pare e piace».
Ma adesso pensiamo a cosa fare. Due sole sono le strade per una possibile ripresa della qualità televisiva ed entrambe passano per l'incrocio che rappresenta il fulcro del problema: i contenuti. Dei contenuti si occupano due figure: gli autori dei programmi e noi, i telespettatori, che i programmi li guardiamo e, spesso, subiamo.
Agli autori chiediamo più responsabilità e cultura. Il criterio non può essere solo quello dell'ascolto e della cosiddetta audience. Ma ammettiamo pure di rimanere sul criterio dell'ascolto. E allora, ecco arrivata la seconda strada, debbono entrare in gioco i telespettatori. Forse sarebbe utile organizzarci e insieme decretare anche una sorta di «qualitel» e non solo di «auditel». Talvolta la qualità, anche per le aziende investitrici di pubblicità, conta di più della quantità. Bisognerebbe allora provarci.
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