«Vietato chiamarla Andrea» E il giudice la ribattezza

VareseAndrea ha due anni e lunghi riccioli biondi. La sua stanza è dipinta di rosa e zeppa di bambole. Andrea in questo caso è una bambina. Una femminuccia nata nell’aprile del 2009 e alla quale i genitori hanno dato nome Andrea.
In allegra compagnia con i vari Oceano, Chanel, Asia e Lupo (sic!), mamma e papà non avevano visto nulla di strano nel voler essere un po’ eccentrici e affibbiare alla figlia un nome che, almeno in Italia, è ancora unicamente maschile (di più è il terzo nome maschile più usato in tutta la penisola). E soprattutto non avevano fatto i conti con la longa manus della legge italiana, pervicacemente determinata a dire sempre la sua.
Da ieri infatti un giudice di Varese ha stabilito che la piccola non si chiamerà più Andrea, bensì Sara e che tutti i suoi documenti, dall’atto di nascita all’iscrizione anagrafica debbano essere rettificati d’imperio. Piaccia o no ai genitori che, chiamati all’udienza dal giudice, si sono sempre rifiutati di presenziare sostenendo che il nome alla loro figlia lo dovevano decidere loro e nessun altro.
A rivolgersi alla magistratura ci aveva pensato infatti l’ufficiale dello stato civile davanti al quale i genitori di Andrea/Sara si erano presentati per registrare la nascita della bambina. Con tanto di «apposito rapporto consegnato alla Procura della Repubblica» il funzionario dell’anagrafe aveva denunciato i genitori rei di aver attribuito un onomastico maschile alla propria figlia. La sentenza, con obbligo di rettifica del nome, è arrivata con tanto di motivazione.
«Il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso – scrive il giudice - La legge italiana vieta l’assegnazione di nomi ridicoli o vergognosi». Secondo il giudice il nome Andrea attribuito a una femmina viola le norme imposte dalla legislazione italiana, «posto che, in tali casi, l’identità della persona verrebbe esposta alla derisione altrui». Tanto più che la radice greca del nome Andrea significa nientemeno che virilità.
Ammette il giudice che «la possibilità di attribuire ad una bimba il nome di “Andrea” costituisce l’oggetto di un vitale dibattito dottrinale e giurisprudenziale non ancora sopito». Certo è che i genitori non hanno un diritto assoluto alla attribuzione al minore del nome che desiderano: «Il diritto al nome, infatti, è un diritto soggettivo incomprimibile della persona che lo porta, la quale, tuttavia, al momento della nascita non è in grado di sceglierlo ed, allora, sono i suoi rappresentanti legali ad indicarlo». Aggiunge il giudice: «La scelta del nome deve essere esercitata nell’interesse del figlio che, grazie al nome attribuitogli, acquisterà un simbolo dell’identità personale, anzi il simbolo per eccellenza dell’identità personale nei rapporti sociali».
Si giustifica, allora, l’intervento dello magistratura, «ove la scelta dei genitori non corrisponda all’interesse del minore ed, anzi, sia idonea ad arrecargli pregiudizio».
Nulla osta a che un nome tradizionalmente maschile come Andrea, possa essere imposto a una bambina, «purché dopo un elemento onomastico chiaramente femminile» (ad esempio Francesca Andrea).
Da oggi Andrea si chiamerà Sara. È un bel nome. Speriamo che piaccia anche ai suoi genitori.