Vietato ogni contatto con Hamas ai diplomatici e alle imprese Usa

Il dipartimento di Stato: decisione inevitabile, il movimento è sempre inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

La sentenza è scattata con la più attuale delle ghigliottine: una e-mail, immediatamente esecutiva. Una circolare che interdice a diplomatici, funzionari pubblici americani e privati Usa che hanno a che fare col governo ogni collaborazione, ogni affare, ogni colloquio con Hamas e, dunque, con il governo di Hamas entrato in funzione ieri pomeriggio dopo il giuramento del primo ministro designato dalla Camera. Una scelta drastica che non è una sorpresa. Che anzi, nel commento del Dipartimento di Stato, più che una scelta è un obbligo: «Le nostre leggi non ci consentono di fare altro che questo».
I moniti erano venuti e avevano assunto i toni e i ritmi dell’ultimatum: Hamas continua a essere sulla lista delle organizzazioni terroristiche, e il fatto che abbia conquistato la maggioranza nelle elezioni non altera questo suo Dna. Il consenso popolare non basta, l’organizzazione estremistica deve cambiare natura. Avrebbero potuto dirlo subito, quelli di Washington; ma nessuno si aspettava che potessero agire, a questo punto, in altro modo. Si sarebbe potuto, semmai, non giungere a questo punto, anche se non si vede chi avrebbe potuto impedirlo una volta avviata la macchina elettorale e postelettorale. Washington continuerà a mantenere contatti con il «presidente della Repubblica palestinese» Abbas e con i deputati di altri partiti che non siano Hamas.
Il braccio di ferro continua e può produrne altri, collaterali: per esempio fra gli Stati Uniti e l’Europa, certamente all’interno di numerosi Paesi arabi. Non è escluso che sulla decisione abbia pesato anche una coincidenza non eludibile: il risultato delle elezioni in Israele, che ha dato ai partiti «moderati» (successori di Sharon e laburisti) una vittoria troppo ristretta per essere comoda. Con il destino sul filo del rasoio, il nuovo governo ha bisogno di incoraggiamenti e il popolo d’Israele di rassicurazioni. Perché Olmert possa far davvero passare la sua linea e la proposta così lucidamente riassunta nella formula «uno Stato con il maggior numero possibile di ebrei e il minor numero possibile di palestinesi» (premessa di un ritiro unilaterale, dopo Gaza, da gran parte dei Territori in Cisgiordania), sono segnali di fermezza, anzi di intransigenza, che accentuino differenze e distanze tra quello che tutti auspicano accada all’interno d’Israele e una realtà esterna che lo renda possibile: con garanzia dunque di cessazione o almeno di riduzione della minaccia terroristica. Un riconoscimento, anche implicito, di Hamas come forza di governo nelle aree da sgombrare renderebbe quasi impossibile la realizzazione di un progetto coraggioso e difficile anche nelle migliori condizioni.
Resta da vedere quali alternative pratiche l’amministrazione Bush abbia in mente: se sia possibile restituire al presidente Abbas un potere e un prestigio certamente intaccati dalla sconfitta elettorale, inattesa in queste proporzioni, di Al Fatah, partito storico e quasi unico della «resistenza palestinese». Se si possa ripercorrere a ritroso un sentiero verso un «governo di unità nazionale», oppure se si debba arrivare a nuove elezioni in Palestina: con il rischio, però, di un backlash nutrito dall’orgoglio che spinga gli elettori a rafforzare ulteriormente proprio Hamas. È il dilemma, infine, fra sicurezza e democrazia. Fra autodeterminazione ed educazione alla responsabilità.
Non si presenta solo in Palestina: nelle stesse ore le autorità americane hanno ingiunto al Parlamento iracheno e agli sciiti che vi detengono la maggioranza di annullare la scelta di al Jafari. Un altro antidemocratico eletto democraticamente.