VIETATO SBAGLIARE

Il tecnico ai tifosi: «Non pensino al dopo, voglio una bolgia assordante»

nostro inviato

ad Appiano Gentile

Ora è tutto chiaro. L’Inter l’ha fatto apposta. Perché così voleva il suo allenatore. Apposta a tirar per le lunghe la questione scudetto, apposta a crearsi qualche grattacapo, apposta a tenere atteggiamento da preoccupata provinciale più che da squadrone metropolitano. Mancini finalmente lo ha svelato, riconducendosi ad un vecchio discorso che pareva tanto una battuta ed, invece, era una proposta strategica. «Speravo proprio di arrivare così, con un po’ di sofferenza. Speravo fosse uno scudetto combattuto fino in fondo, perché quando lo vinci lo apprezzi di più». Vincerlo per gustarselo, d’accordo. L’altra volta, circa tre mesi fa, Mancini aveva anche soggiunto che gli sarebbe bastato arrivare con tre punti di vantaggio. Vedremo se azzeccherà tutto. Certo, nel mezzo ci sono stati i rovesci con il Liverpool, i nervi tesi con Moratti, l’incertezza sul futuro della sua panchina. Insomma, non sono mancati sale e condimenti tipicamente interisti.
Ma oggi è il giorno del giudizio. L’Inter non ha scampo, deve vincere tutto, partita e scudetto, nonostante la matematica le conceda due match ball. Mancini finge di prenderla comoda. «Ci bastano tre punti in due partite». Ma dietro l’apparenza, c’è sostanza diversa. Aveva previsto di conquistare il titolo davanti ad uno stadio pieno di tifosi nerazzurri, in controtendenza con Moratti (ti pareva!) e tanta parte della squadra. Ma non ha trovato una soluzione dignitosa che gli evitasse di perdere il derby. Ora vuole raccogliere con altro retropensiero: prima lo scudetto, poi la resa dei conti. Anche ieri ad Appiano soffiava il venticello ingannatore delle buone intenzioni: Moratti a pranzo con il tecnico e lo staff dirigenziale, unico ospite Richard Tims, il presidente dello Sheffield, la squadra più antica del mondo. Tutti col sorriso sulle labbra, tranne Luis Figo che stavolta non ce l’ha con Mancini, ma con chi lo ha accusato di aver ucciso un gatto nero. Gli animalisti si sono scatenati con cartelli davanti alla sede e striscioni davanti alla Pinetina. Il portoghese c’è rimasto malissimo ed ha «minacciato» di restare un altro anno all’Inter. «Devo alla squadra sei mesi del mio calcio, dopo tanti infortuni», ha raccontato ad un giornale spagnolo. Immaginate la faccia di Mancini e quella di Moratti, esattamente speculari alle loro ultime dichiarazioni.
Proprio dal caso Figo potrebbe partire la resa dei conti fra allenatore e presidente. Non c’è ragione di tenerlo e lo sanno entrambi. Poi il seguito: i problemi con il permaloso medico sociale che recenti spifferi davano pronto a mettere a disposizione l’incarico. Naturalmente tutto smentito, ma la lunga serie di infortuni e guarigioni troppo lente (il caso Ibra è un altro mistero) dovrebbero indurre a voltar pagina. Proprio vero che un medico sociale non può passare ad altri incarichi? Infine i rapporti interni tra squadra (Moratti ascolta tutti i lamenti, anziché chiudere la porta in faccia) e allenatore e quelli un po’ troppo dissonanti fra presidente e tecnico. Se al tirar delle somme, Moratti e Mancini riusciranno a non dirsi addio, poi dovranno mettersi d’accordo sulle scelte di mercato.
Ma oggi conta vincere e acchiappare il terzo scudetto consecutivo (secondo sul campo). Mancini ha evitato ogni trabocchetto verbale, ha spiegato che Julio Cesar (mal di schiena) e Stankovic (problemi muscolari) dovrebbero farcela, anche se ha provato Jimenez al posto del serbo. Infine ha spiegato come immagina San Siro. «Una bolgia dall’inizio alla fine della partita, vorrei un tifo assordante. Che la gente non pensi al dopo partita e ai festeggiamenti, ma solo al risultato sul campo». Al resto, garantisce, penserà l’Inter. Stavolta o forse mai più.