VIGÉE LE BRUN Faccia a faccia con i re d’Europa

Tornano le «Memorie» della celebre ritrattista: la fuga dalla Francia dell’89, i tour nelle varie corti, i compensi da capogiro e il quadro mancato, per colpa di un velo, di Pio VI

«Gennaro, per favore, stia un po’ più lontano: mi impedisce di pensare»: così la trentaquattrenne pittrice al suo domestico italiano, durante il primo soggiorno romano, nel 1789, dopo la fuga da Parigi subito dopo la marcia del popolo su Versailles che costrinse il re e la corte a risiedere nella capitale. E c’è tutta Élisabeth Vigée Le Brun nella battuta: il suo carattere indipendente, risoluto e un tantino frivolo, la sua schiettezza, il senso forte delle distanze sociali (lei che peraltro era di modeste origini), e l’orgoglio di essere arrivata dove era arrivata, a trattare a tu per tu con i re d’Europa. Nei suoi Souvenirs, ora riproposti da SE (Memorie di una ritrattista, pagg. 239, euro 21, con bella e utile postfazione di Benedetta Craveri, ma già del 1990), Élisabeth racconta la sua lunga e avventurosa storia, tanto più insolita - l’enorme successo, l’ammissione a tutte le Accademie d’Europa in un tempo in cui specifiche leggi le vietavano alle donne, i compensi da capogiro (un solo esempio, le 24mila livres per il ritratto del principe polacco Lubomirski, quando David ne prendeva dalle 7mila alle 10mila) - per il suo essere donna, appunto, e artista in un mondo in cui l’arte era essenzialmente affar di uomini.
C’è un che di ostinatamente soave, in queste memorie, e di lieve, dove anche i fatti più orribili, i massacri del periodo del Terrore, sono descritti con una costernazione quasi di maniera; e così si parla di alcuni gravi lutti - la morte del marito, della figlia ancora giovane -, con un certo distacco: il dolore viene verbalizzato ma, come dire?, non esala dalla pagina come forse dovrebbe. Sarà che del marito si dice peste e corna per l’intero libro; egli è il critico, collezionista e mercante d’arte Jean-Baptiste-Pierre Le Brun, dilapidatore delle sostanze della moglie, che fino ad un certo momento ha la sventatezza di fargli amministrare. Sarà che con la figlia, la meravigliosa bambina accoccolata tra le sue braccia in tanti autoritratti (famoso quello nella medesima posa della raffaellesca Madonna della seggiola), non corre buon sangue da quando, durante il soggiorno in Russia, ha voluto sposarsi ad ogni costo con tal Nigris, segretario del direttore dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo («potete ben immaginare il mio dispiacere \ all’idea di dare mia figlia, la mia unica figlia, a un uomo senza particolari talenti, senza ricchezza, senza nobiltà \»); o sarà che, giunta a tarda età, ella si sforza di non tradire il proprio personaggio, e i ricordi di una vita, dettati presumibilmente a due nipoti e pubblicati da Fournier tra il 1835 e il 1837 (Élisabeth morirà nel 1842), sono improntati ad una indefettibile mitologia personale, quella della donna che in fondo è stata: bella, energica ed ottimista, che non teme di attraversare da sola in lungo e in largo l’Europa e sempre intenta a scrutare ciò che le riserva l’avvenire, piuttosto che riflettere su quanto è passato. E soprattutto che ha un’unica passione: la pittura.
Vita scritta e in qualche modo anche «corretta», come suggerisce Benedetta Craveri, secondo una volontà di minimizzare le conflittualità e presentare, luminoso e incontestabile, il suo cursus honorum; ma che importa, aggiunge giustamente, «che le reticenze e le bugie vi abbondino, che niente ci illumini sulle vicende private della pittrice \ questi Souvenirs sono un documento storico importante sulla Francia dell’ancien régime, una miniera d’informazioni sulla vita artistica, teatrale, mondana della società parigina prima del 1789».
E del periodo successivo, sebbene non più in Francia: in compagnia della figlia, Élisabeth passa infatti dodici anni in esilio, e sia pure esilio dorato, accolta e riverita nelle varie corti europee. La sua fama di ritrattista delle aristocratiche (noti in particolare i suoi ritratti di Maria Antonietta), che usa rappresentare in maniera straordinariamente viva, con semplici abiti e chiome non acconciate (inaugurando una moda), ovunque la precede, e ovunque viene ospitata e incaricata di nuove opere. E lei raramente rifiuta (è il caso del ritratto mancato del papa, Pio VI, perché l’imposizione di un velo durante il lavoro riteneva potesse impacciarla): è una lavoratrice instancabile, dai quindici anni, quando impara a disegnare da Briard, che abitava al Louvre, non si è più fermata (si parla di circa novecento opere). I Souvenirs sono così giocoforza ricordi d’artista, rassegna dei lavori svolti e menzione della illustre committenza.
I grandi musei sono stati la sua vera scuola, e il contatto diretto con le opere dei maestri, che non si stanca di osservare, indagare e assimilare («Fate come Molière - commentò David alcuni suoi quadri, ma reputandolo del tutto naturale - prendete quel che vi serve dove lo trovate»): il Rubens del Luxembourg, le collezioni del Palais-Royal, del Louvre: «Appena entravo in una di quelle favolose gallerie, avrei potuto esser paragonata a un’ape, tante erano le nozioni e i ricordi utili alla mia arte che vi raccoglievo \». Così a Firenze sono i dipinti nelle chiese, la cappelle Medicee, S. Lorenzo, a Roma le collezioni vaticane e quelle di arte antica.
Divertenti le sue peripezie, l’aneddotica minuta che di tanto in tanto interrompe le descrizioni di lussuose dimore e favolose feste: la serie di case provate e abbandonate, quale per imperversar di topi rosicchiatori di tele e colori, quale per frastuono infernale di carrozze nella via sottostante, tanto da farle commentare che «la cosa più difficile a Roma è trovar casa». Oppure i dissapori con l’aquila che doveva dipingere, facente parte di un ritratto di giovinetta in vesti di Ebe: «la maledetta bestiaccia, abituata a stare sempre all’aperto e incatenata nel cortile, era furiosa di rimanere al chiuso e tentò di piombarmi addosso. Confesso che mi spaventai moltissimo...». Tutto il libro, del resto, è pieno di simili terribili spaventi; ogni tanto Élisabeth dichiara di esser stata sul punto di morire, dinanzi all’improvviso aprirsi di piccole bocche di fuoco sul Vesuvio, o assistendo suo malgrado alle zuffe al coltello tra popolani: e invece è ancora lì, curiosa ed acuta, pronta ad una nuova avventura.
Pellegrina in terre ed epoche diversissime, fu sempre fedele al mondo dei fasti prerivoluzionari, che cercò di ritrovare nelle varie corti non ancora sconvolte: conosce a Torino i Savoia, conosce Caterina II di Russia, che le dimostra stima e amicizia, ed è a Mosca quando muore all’improvviso e le succede il figlio Paolo I. E in riferimento alla Russia, che considera «sua seconda patria», racconta mille storie di uomini e di cose, di riti e di folklore. Tornata in Francia, vi assiste contrariata all’ascesa di Napoleone, quindi esulta alla restaurazione, all’avvento di Luigi XVIII. Con la tavolozza in mano attraversa ogni tempesta, nascono e crollano gli imperi e lei non lascia le sue tele, davanti a cui siede ogni mattino, solerte, puntuale alle pose: perché «la puntualità è la cortesia dei re, come diceva giustamente Luigi XIV, che non era certo un parvenu»: a chi fosse diretta la stoccata è evidente.