A Viganego il primo paese in miniatura ricoperto da una trapunta di stelle

Al posto del campanile le fasce di terreno ospitano una città alta 30 centimetri

Alessandro Massobrio

Tutto è cominciato da un campanile. I campanili, si sa, non sono roba da quattro soldi, roba che monti e smonti come ti pare, ma questo campanile, il campanile di Viganego - una manciata di case sopra Bargagli - a sistemarsi una buona volta da qualche parte non ne aveva proprio voglia.
Prima, si pensò di erigerlo accanto alla chiesa nuova, quella ricostruita agli inizi degli anni Sessanta, ma il terreno, scosceso e franoso, si rivelò subito poco adatto ad ospitare le fondamenta di un torrione di oltre tredici metri di altezza. Poi a qualche altro venne l'idea di piazzarne due di campanili, più piccoli e meno ingombranti, sui lati stessi della chiesa. Ma la gente del posto scosse scetticamente il capo ed indicò una terza soluzione. Perché questo benedetto campanile non lo costruivano lassù, accanto all'Oratorio di S. Bartolomeo, che domina la valle ed è, oltretutto di fine gusto barocco?
A raccontarla tutta, credo che ancora oggi nessuno abbia la minima idea dove piazzarlo definitivamente questo ineffabile campanile. Ma mentre i valligiani si scervellavano, mentre il nuovo parroco, Don Guido Gallese - che è parroco qui e in altre quattro frazioni, sicché la sua vita è un correre e dir messa e poi prendere di nuovo la rincorsa e dire messa di nuovo - si scervellava più dei suoi parrocchiani, un fatto nuovo è accaduto ed ha messo tutti d'accordo. E questo fatto nuovo è stata l'idea che ha illuminato la mente del signor Cosimo Tondo, come la lampadina sotto la tenda rossa della rispettiva abat - jour. In primo luogo, è il caso di dire che il signor Cosimo Tondo, detto comunemente Mino, non è affatto tondo come sembrerebbe indicare il suo nome. Si tratta invece di persona segaligna ed impermeabile al freddo acutissimo dei cinquecento metri sopra il livello del mare di Viganego. Sempre in moto, sempre affaccendato, ora che è in pensione dagli uffici del Registro Navale, il protagonista di questa storia natalizia ha avuto finalmente agio di dar libero sfogo alla sua autentica vocazione, quella del presepiaio.
Non so se il termine presepiaio si incontri tra le pagine dello Zingarelli o del Devoto Oli, certo che è, secondo chi scrive, l'espressione più efficace per descrivere l'autentica vocazione del signor Tondo. «Ho sempre fatto presepi - ci ha infatti raccontato Mino - Mi chiamavano da una casa all'altra, sin da quando ero ragazzo». E c'è da credergli, perché presepiaio, un po’ come fanciullino pascoliano, non ci si inventa ma si nasce. Si tratta di una dote innata, del dono divino della fantasia e dell'innocenza, che vive e permane anche quando gli anni sembrerebbero imporre altre e più prosaiche riflessioni.
Il presepiaio deve infatti aver il gusto dell'infinitamente piccolo, deve possedere gli occhi e la mente dell'abitante lillipuziano di un mondo in cui uno stelo d'erba è un albero ed un foglia basta ed avanza per far da tetto alla capanna dove dorme il Bambino Gesù. Che essendo, per l'appunto, un Dio bambino predilige coloro che lo guardano con gli occhi dell'infanzia.
Per farla breve, Cosimo Tondo, passeggiando sul terreno scosceso e franoso, su cui avrebbe dovuto sorgere il campanile, fu fulminato, come sulla strada di Damasco, dall'idea di costruirci sopra un presepe. Un presepe all'aperto, un «presepe nel bosco», con casette in muratura e statuette di plastica. Un presepe, comunque, che non avesse necessità della carta - azzurro - cielo - trapunta - di stelle, perché il cielo, quello vero, l'avrebbe sostituita egregiamente. E neppure dei finti alberi di cartapesta o del muschio comprato dal fioraio, perché sia gli uni sia l'altro sarebbero stati forniti, in modo assolutamente gratuito, da madre natura.
È cominciata così - circa cinque anni or sono - l'avventura del presepe di Viganego. Una avventura certamente faticosa ma intimamente gratificante. Occorre, intanto, dire che il signor Tondo non ha fatto tutto da solo. Lo hanno aiutato tante brave persone del posto (da Gino, Luciano Graziella, Graziana e Gianni Carbone a Giacomo Pienovi, a Franco Simonini, a Roberto e Guido Gazzo, a Bruno Olcese. E prego tanto Gesù Bambino, che mi guarda dalla sua culla di paglia, di non farmene dimenticare nessuno), che hanno ritrovato in questa fatica collettiva il senso dell'appartenenza e della comunità.
Non ha fatto tutto da solo - dicevo - il signor Tondo, perché, intanto, c'era da puntellare e rinsaldare il terreno. Ne sono nate così delle fasce, su ciascuna delle quali, secondo l'antica tradizione ligure, non sono stati piantati viti od ulivi, ma locande, osterie (ostaie), trogoli (abbeveratoi), giochi di bocce, mulini, castelli e, soprattutto, la capanna, dove, innanzi allo sguardo di Maria e Giuseppe, sotto l'alito caldo dell'asino e del bue, ogni 25 dicembre si rinnova il mistero più sconvolgente di questo nostro pianeta così povero di misteri.
E si rinnova in questo paesaggio di vecchia Liguria, che magari è vecchio soltanto qualche centinaio d'anni, ma che è talmente estraneo alle abitudini ed ai gusti degli uomini e delle donne di oggi che sembra appartenere alla più lontana e dimenticata delle ere preistoriche. Un paesaggio dove le case - a tre piani naturalmente, secondo la tradizione genovese - sono alte tra i 25 e i 30 centimetri. Dove i tetti sono tutti, rigorosamente di ardesia. E dove occorrono almeno due mesi di faticoso lavoro per costruire un castello ( di calce, sabbia e cemento), che mi arriva alla vita, ma quando fa freddo - e qui ce n'è sempre tanto, come ho detto - si illumina tutto per il fuoco che scoppietta nel camino. E fa bruciare gli occhi per il fil di fumo che si sgomitola dal comignolo.
Insomma, è Natale ed è Natale soprattutto se si viene qui, a Viganego (fino al 9 gennaio, ore 10 - 12 e 14,30 - 18), sotto un cielo di stelle (vere) ed in mezzo ad un bosco di alberi (altrettanto veri) ad adorare il Bambinello, che è la Verità fatta persona. A proposito, l'entrata è libera. L'offerta - e non potrebbe essere diversamente - è destinata al padrone di casa, che c'è ma non si vede. Ovviamente al campanile.