Viggo Mortensen: "Divento un marine del Seicento anche se nella vita sono pacifista"

L'atletico attore a Roma per il lancio del suo "Il destino di un guerriero": "Il mio eroe è orgoglioso. Ma in guerra l'orgoglio può trasformarsi in un disastro"

Roma - Basta chiedergli: «Davvero lei tifa per l'Atletico San Lorenzo di Buenos Aires?». Un sorriso all'improvviso illumina il volto annebbiato dalla stanchezza, la bandiera della prediletta squadra di calcio argentina sguscia fuori da una borsa ai suoi piedi, nella sorpresa dei cronisti. Viggo Mortesen, il quasi cinquantenne antidivo americano che deve la sua fama all'Aragorn del Signore degli Anelli, è fatto così. In patria l'hanno ribattezzato, con bel gioco di parole, «Viggo, no ego», per dirne l'affabilità senza capricci, la disponibilità a esperienze curiose: come - caso raro per una star - girare un film in spagnolo. Capita nel kolossal Il destino di un guerriero, che il regista Augustín Díaz Yanes ha tratto dalla saga del best-sellerista Arturo Pérez-Reverte. Nella versione originale, Mortensen recita nella lingua di Cervantes, in presa diretta, al pari del nostro Enrico Lo Verso, chiamato a indossare i panni dello spadaccino antagonista Malatesta.

Filmone di cappa e spada, tra amori perduti e figli acquisiti, duelli all'ultima lama e carneficine nella Fiandre. Siamo nella Spagna tra il 1622 e il 1643, sotto il regno di Filippo IV, e l'aria del tempo viene evocata, per chi sappia cogliere, da una fitta trama di citazioni: Velázquez, Quevedo, Lope de Vega. C'è da augurarsi che anche da noi (esce venerdì, distribuito da Medusa in 180 copie) venga accolto con curiosità, magari con un po’ di nostalgia per un cinema capace di intrecciare spettacolo e storia.

Naturalmente Mortensen, ormai specializzatosi in ruoli atletico-eroici con digressioni sexy, non fatica a calarsi nel ruolo di questo soldato di ventura dai baffoni western e dal corpo rigato da cicatrici. Nell'incipit emerge dalle acque ghiacciate come un marine ante litteram, e pensare che nella vita reale è un pacifista doc. Polemico verso Bush, ha disegnato di persona t-shirt con scritte del tipo: «Sostieni le nostre truppe... riportandole a casa». Poeta, pittore, fotografo, fondatore della casa editrice Perceval Press, nonché pianista, amante dei cavalli e padre di un figlio ventenne avuto dalla cantante punk Exene Cervenka, è volato a Roma dopo una notte di riprese a Budapest, dove sta girando un piccolo film d'autore nei panni di un professore tedesco degli anni Trenta. Scandisce a bassa voce: «Il destino di un guerriero è un classico che apre un'epoca nuova, resisterà all'usura del tempo». Indossa un abito scuro rigato su camicia nera e cravatta rosso-blu, assapora da un cannuccia metallica un bicchierone di mate, una specie di tè. Racconta di essere cresciuto con il suono dell'italiano nelle orecchie, «una lingua meravigliosa», ma oggi parla solo in spagnolo, forse per restare fedele al suo capitano. Che definisce così: «Un orgoglioso. Solo che l'orgoglio in guerra può essere un disastro. Ti impedisce di ritirarti quando dovresti. Sto con i nostri soldati, ma non è stata una buona idea andare in Irak».

Dieci anni fa, quando non era nessuno, girò a Cinecittà Daylight, con Stallone. Adesso Hollywood lo corteggia, ma lui non sembra cambiato. «Non ho niente contro Aragorn. Gli devo buona parte del mio successo, senza la trilogia dell'Anello probabilmente Cronenberg non mi avrebbe chiamato per History of Violence. Tutto si tiene». Tanto che il regista canadese l'ha rivoluto protagonista del nuovo Eastern Promises, nel quale fa un russo poco incline al sorriso. Teorizza alla sua maniera soave, riempiendo di complimenti Lo Verso: «Sapete, se un attore smette di interessarsi alla vita, per preoccuparsi solo della propria immagine, diventa noioso. Non so che cosa ci sia dopo la morte, ma so che la vita è breve, per questo va vissuta intensamente». La mascella è squadrata, lo sguardo triste, profondo, dicono piaccia molto alle donne.