«Vigilantes in portineria per difenderci» Respinti 500 clandestini al check point

(...) nei pressi del civico 3 di piazza Santa Maria del Suffragio. Che, tanto per intenderci, sta nel cuore di Milano: a cento passi da palazzo di giustizia, duecento dagli alberghi da sogno e poco meno da quel centro commerciale che fa tanto americano.
Un palazzo dismesso con storie da mattinale di questura che il quartiere srotola al cronista. Anzi, srotolava: infatti, da quarantotto ore la pacchia è finita. Gli illegali coi vestiti nei sacchi neri della spazzatura e senza un pianto né un saluto hanno tolto il disturbo. E all’ingresso dello stabile fa bella mostra una targa: «Proprietà privata - Divieto di accesso alle persone non aventi titolo». Messaggio chiaro con tanto di traduzioni. Invito a girare al largo perché lì c’è il check-point che, documenti alla mano, scheda gli stranieri.
«Un servizio di controllo dei documenti allo scopo di riportare ordine» chiosa Alessandro, vigilantes che in borghese (e con fotocopiatrice in azione) controlla il via vai: «Entrano solo i titolari dei contratti di locazione e chi, con le carte in regola, è loro ospite. Una verifica che lascia fuori i clandestini». Cinquecento respinti al posto di blocco, «gente che spacciava, che faceva risse tutte le sere e che occupavano persino le cantine dello stabile».
Fotografia di una storia esplosiva in uno stabile dismesso dove, talvolta, neppure i poliziotti osavano varcare la soglia. Una storia durata quattrocento e passa giorni: un anno e mezzo vissuti all’insegna dell’illegalità, «con il portone sempre aperto giorno e notte», e le strade del quartiere contrassegnate da prostituzione e droga, scippi e furtarelli che non si denunciano per evitare seccature ma che ugualmente non si digeriscono con facilità.
Che pensano gli inquilini rimasti? Quelli regolari? La risposta è un sorriso che accompagna il plauso all’iniziativa del check-point anti-clandestino: «Chiedevamo di fare pulizia e finalmente ci hanno risposto», «avevamo paura di uscire dopo le ventuno, c’erano sempre in giro brutte facce», «rischiavamo di beccarci ’na coltellata, un giorno sì e l’altro pure. Ora è tutto tornato nella norma. Prima c’erano persone che occupavano e subaffittavano un locale di quattro metri per cinque a diciassette, ripeto, diciassette marocchini».
Inimmaginabili le condizioni igieniche di quella stanza con un bagno in comune con altri dodici abusivi d’origine egiziana vittime del mercato nero delle stanze, mentre pure il cortile diventava una discarica a cielo aperto.
Certo, dicono i vigilantes, «non è una passeggiata»: «Svuotare uno stabile dagli abusivi non è impresa da poco e c’è sempre il rischio di finire all’ospedale. Naturalmente, si spera che tutto avvenga senza traumi».
Già. Difficile far comprendere che il tempo dell’impunità è scaduto e che, di giorno come di notte, sei obbligato a mostrare la carta d’identità ogni volta che entri o esci dallo stabile fosse anche per buttare il sacco dell’immondizia. «Ma è la soluzione okkei, l’uovo di colombo per far tornare a vivere non solo lo stabile ma pure chi, da troppo tempo, girava al largo dal civico 3 di piazza Santa Maria del Suffragio» dicono dalla proprietà.
Tutti contenti, tutti soddisfatti tranne Christian che passa la notte su di una panchina dei giardinetti davanti allo stabile e che vagheggia di «un’amministratrice scappata con la cassa» e con «pure il mio contratto che, solo ora, mi dicono non era regolare». Dettaglio non da poco che, garantiscono dalla proprietà, troverà soluzione. E c’è da scommetterci che, domani - rispediti a casa tutti gli irregolari - nel cuore di Milano non si avranno più nervi a fior di pelle quando si passerà nei pressi di quell’ex fortino o di quei palazzi della disperazione che ancora attendono di essere liberati.