Vigilanza Rai, arriva Zavoli: scusate il ritardo

RomaUna manciata di sale beneaugurante gli è stata gettata addosso prima che facesse il suo ingresso a San Macuto. Anche se a 85 anni la saggezza sbarra il passo alla superstizione, non si sa mai. Ecco perché Sergio Zavoli ha fatto buon viso a cattivo gioco dinanzi al solito «disturbatore». In aula, invece, incidenti non ce ne sono stati e l’autore di Clausura e La notte della Repubblica è stato eletto ieri presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai con 34 voti su 38. Assenti i due dipietristi Belisario e Donadi, saliti per il momento su un simbolico Aventino, due delle quattro preferenze mancanti dovrebbero essere ascrivibili al radicale Beltrandi e all’mpa Sardelli, nostalgici dell’era Villari.
Un’elezione servita «a colmare un indicibile e vergognoso vuoto che ci ha preceduto», ha dichiarato Zavoli nel suo discorso di ringraziamento. Eletti pure i due vicepresidenti: Lainati per il Pdl e Merlo per il Pd e integrato l’ufficio di presidenza con il leghista Caparini e il democratico Carra, l’ex presidente della Rai si è messo subito al lavoro: sono stati stabiliti i regolamenti per la campagna elettorale in Sardegna. «Su Zavoli c’è poco da dire: è un grande professionista. Poco da dire nel senso che la storia di Zavoli è sotto gli occhi di tutti e la sua autorevolezza e personalità si commentano da sé», ha dichiarato soddisfatto il presidente del Senato, Renato Schifani.
E il nuovo numero uno della Vigilanza ha già individuato il prossimo obiettivo: rinnovare il consiglio di amministrazione della Rai. «Non è legittimo, non è capito dal Paese il fatto che non si ponga fine a questa vacanza impropria. Nella prima riunione affronteremo il problema per dare un segnale», ha detto. La prossima convocazione non è stata ancora ufficializzata, ma probabilmente i commissari si rivedranno tra due settimane considerato che l’assemblea della Rai è stata indetta per il 23 e il 24 febbraio.
Due settimane dovrebbero essere sufficienti per sbloccare almeno le trattative essenziali, cioè quelle riguardanti i nuovi consiglieri, la presidenza e la direzione generale. In quota Pdl dovrebbero essere confermati Giovanna Bianchi Clerici (quota Lega) e Angelo Maria Petroni, nominato dal ministero dell’Economia e in area centrodestra. La componente aennina del Popolo della libertà ha già indicato nell’ex parlamentare Guglielmo Rositani il proprio candidato. Per gli altri due consiglieri di maggioranza prende sempre più corpo la conferma dell’ex ministro Giuliano Urbani e la nomina dell’ex manager televisivo Alessio Gorla. Nell’opposizione solo l’Udc ha le idee chiare: la priorità è Rodolfo De Laurentiis, in alternativa c’è la conferma di Marco Staderini, mentre perde quota la designazione di Erminia Mazzoni.
Nel Pd, invece, c’è il solito caos. Tant’è vero che ieri Fabrizio Morri ha rilanciato la vecchia proposta di modificare i criteri di nomina del cda diminuendo il numero dei componenti da nove a sette. Due settimane, però, non sarebbero sufficienti per modificare la legge. Ma con due consiglieri in meno gli ex Ds sarebbero sollevati. Il problema, infatti, è questo: escluso il presidente che non è di nomina parlamentare, per gli altri due nomi c’era un’intesa di massima tra Quercia e Margherita che spinge per la riconferma di Nino Rizzo Nervo. Ma c’è anche l’Italia dei Valori. Di Pietro ha smentito ipotesi di intese «sotterranee» con i veltroniani relative alla possibile designazione di Sergio Scicchitano. Il Pd è ugualmente preoccupato perché per quel posto aveva pensato a Gianni Borgna e a Marcello Del Bosco (eventualmente alla conferma di Carlo Rognoni).
Per il presidente, infatti, si sceglierà una figura riconducibile al centrosinistra ma comunque super partes come Pietro Calabrese o Pier Luigi Celli. A meno che pure Claudio Petruccioli non rimanga al proprio posto riaprendo i giochi. Per la direzione generale, infine, aumentano le quotazioni di Fernando Napolitano, managing partner di Booz Allen & Hamilton, e del segretario generale di Palazzo Chigi, Mauro Masi.