Alla vigilia muore la nonna

Il candidato democratico scosso dalla scomparsa prima del voto

nostro inviato a Chicago

Le luci dell'Obama-One si sono spente nella notte. «È atterrato». Chicago, casa, famiglia, stamattina il voto, poi l'attesa. È finito il tour. È finito ieri con l'ultima cavalcata in tre Stati: Florida, North Carolina, Virginia. Migliaia di persone, il messaggio ripetuto come uno slogan perenne: «Votatemi, cambieremo l'America». Poi il dolore, e la notizia in un comunicato scritto con la sorella: «È con grande tristezza che annunciamo che la nostra nonna Madelyn Dunham è morta in pace dopo una battaglia contro il cancro. Era la pietra angolare della nostra famiglia, una donna eccezionale, di grande forza e umiltà».

Obama era stato da lei pochi giorni fa, per l'ultima volta. La nonna materna, una figura simbolo, muore nell'ultimo giorno della campagna. E Obama finisce da dove ha cominciato, da un altro simbolo. Da Manassas, Virginia: qui 146 anni fa, i Sudisti ottennero le loro più famose vittorie nella Guerra Civile. Due battaglie che sono le peggiori sconfitte per i diritti dei neri d'America. Simboli come quello di cominciare l'avventura a Springfield, dove Lincoln di fatto annunciò la fine della schiavitù degli afroamericani.

Obama si prende l'ultimo pezzo di campagna elettorale in questa terra fatta di poche case, campi e capannoni sperduti nel vuoto, dove la gente se deve scegliere un presidente vota repubblicano. Non è questo che conta per lui. L'ultima immagine che vuole dare è quella della storia in linea retta: Guerra di Secessione-Lincoln-Obama. Perché un nero non può prescindere da certe cose, non può dimenticare il passato, anche se propone il futuro. Manassas è l'umiliazione degli afroamericani e oggi con lui sul palco è un monito contro l'America che non ha ancora superato l'ostacolo della razza e un messaggio di unità: «Se io nero vengo qui, dove i neri furono massacrati, lo faccio perché questo Paese deve superare le diversità».

Serio, fiero, ispirato, Obama. Una versione diversa rispetto al comizio di domenica sera in Ohio, tutto spettacolo e musica. Molto più simile al comizio di ieri mattina, a Jacksonville, in Florida: «Dopo decenni di scelte sbagliate a Washington, otto anni di decisioni politiche fallimentari da parte di George Bush, e 21 mesi di una campagna che ci ha portato dalla costa rocciosa del Maine al sole della California, siamo a un giorno di distanza dal cambiamento». Change, ancora. La parola chiave ripetuta ogni volta, la parola che domina Chicago che ieri l'ha aspettato tutto il giorno per sentirlo caricare il suo popolo. Si sono accontentati di un'intervista alla radio: «Sono in pace con me stesso perché sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare. Adesso tocca alla gente decidere».

Non è stata l'unica intervista della giornata. Perché la vigilia non poteva essere diversa dagli altri giorni della campagna. E allora è stata piena di cose, di parole, di immagini. I suoi volontari girano per Chicago con una spilletta sul petto, qualcuno con una t-shirt: «Orgoglioso di essere democratico». Si dividono tra i quartier generale e Grant Park, il parco nel quale il democratico ha organizzato la serata elettorale. Sono stati venduti 65mila biglietti, i cancelli saranno chiusi agli altri. Forse. Perché il sindaco ha annunciato che sono previste due milioni di persone e lui non lascerà nessuno fuori dalla festa. Obama comparirà quando il sole sarà già tramontato. Ora stanno montando un enorme palco. Qui Obama tornerà rockstar. Spera il primo presidente rockstar.