Vigna: ora c’è il pericolo di kamikaze italiani

Stefano Zurlo

da Milano

Attenzione: quel che è accaduto a Londra ci deve far riflettere. L’ex Procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna è sotto l’ombrellone, ma non rinuncia a lanciare l’allarme: «I presunti terroristi arrestati a Londra sono cittadini britannici. E la stessa cosa era già successa l’anno scorso: le bombe che hanno seminato la morte nel metrò di Londra erano state piazzate da cittadini britannici».
Dottor Vigna, che cosa la preoccupa di più?
«Certo, colpisce il numero degli arrestati, ma ancor di più la loro nazionalità. Nel nostro Paese il governo vorrebbe spostare i paletti con cui si concede la cittadinanza italiana. Da dieci a cinque anni».
Non va bene?
«In linea di principio io sono favorevole. Io sono per l’integrazione. Ma cinque anni mi sembrano troppo pochi».
C’è il rischio di kamikaze col passaporto italiano?
«Sì. Il Parlamento rifletta bene, studi la questione, non sia frettoloso».
La sua proposta?
«Cominciamo dal voto amministrativo. E poi, se vogliamo scendere fermiamoci a sette anni e mezzo, un tempo intermedio. Ma questo tempo va riempito».
Come?
«Dobbiamo monitorare, anzi supermonitorare queste persone».
Secondo gli esperti, ci porteremmo in casa quasi un milione di nuovi cittadini.
«Che verranno parificati e dunque non saranno più sotto i riflettori. Ci saranno meno controlli e zero espulsioni: aumenterà inevitabilmente il rischio di qualche brutta sorpresa».
Allora?
«Prima dobbiamo dialogare, dobbiamo verificare con l’aiuto di mediatori culturali la metabolizzazione della nostra cultura e poi trarremo le conseguenze. Tenteremo un bilancio sul campo. Ma non ci illudiamo: non è che basti un giuramento o un gesto formale o il sapere la lingua italiana per trasformare automaticamente un milione di extracomunitari in cittadini virtuosi. O per scongiurare il rischio che fra tante persone perbene si formi, come a Londra, una cellula di terroristi. Questa eventualità deve essere ben presente nel dibattito parlamentare».
Finora, incrociando le dita, l’Italia è rimasta fuori dalla spirale del terrore.
«Finora ci è andata bene. Ma questo non autorizza all’ottimismo. E poi adesso abbiamo un problema in più».
Quale?
«Il Sismi è in crisi. Le recenti inchieste, le intercettazioni, gli arresti hanno messo in difficoltà i nostri 007».
Potrebbero esserci contraccolpi?
«Se non sul piano della struttura, certamente sul piano psicologico. Fra l’altro la politica accumula ritardi. Pensi al fatto che i nostri servizi non possono commettere reati, sulla carta naturalmente. Invece, i nostri poliziotti impegnati nella guerra agli stupefacenti possono per esempio presentare documenti falsi. Qualcosa non funziona, fermo restando che non si possono sequestrate le persone».
Ci vuole una legge nuova?
«Pensi che la legge istitutiva del Sismi e del Sisde, nel 1977, era presentata come legge provvisoria. Sono passati ormai trent’anni e aspettiamo ancora una versione definitiva».
Intanto con l’indulto sono stati scarcerati alcuni presunti terroristi islamici, ritenuti dalla Cassazione molto vicini ad Al Qaida. Era inevitabile?
«No. C’è una precisa responsabilità del governo e c’è una responsabilità anche del Parlamento. Il ministro della Giustizia avrebbe dovuto riferire alle Camere sull’entità del problema, fornire alla discussione numeri e nomi, documentare gli eventuali rischi e conseguenze. Deputati e senatori avrebbero poi potuto lavorare per escludere questi terroristi dall’indulto. Mi pare che non sia accaduto nulla di tutto ciò».
Queste persone però sono state condannate per reati ordinari come l’associazione a delinquere. Secondo alcuni esperti sarebbe stato difficilissimo non concedere loro i benefici. È d’accordo?
«Per niente. Sarebbe bastato un emendamento per escludere dall’indulto non solo i detenuti condannati per reati di terrorismo ma anche per reati ordinari con finalità di terrorismo. E la finalità poteva essere ricavata anche solo dalla semplice lettura delle sentenze definitive».
Semplice?
«Semplice. Ma sarebbe semplice anche istituire la Procura nazionale antiterrorismo, come ripeto dal ’99 e dall’uccisione di Sergio D’Antona. Però ancora non si è fatto nulla».