VIGORELLI L’identità del giudizio

È morto il grande critico letterario: un testimone del Novecento che rifiutò sempre i calcolati equilibrismi delle accademie

Da qualche parte, probabilmente, leggeremo che Giancarlo Vigorelli ha traversato il secolo XX - arrischiando un’occhiata sul XXI - come uno dei «testimoni» più attenti. Ma è un vocabolo, «testimone», che evoca imparzialità, obbiettività; mentre Vigorelli, privilegio suo e nostro, si è mosso fin dalla giovinezza con una affettuosa e talvolta settaria veemenza nel difendere e nell’accusare, contrario per indole e per educazione ai calcolati equilibrismi delle accademie.
La fedeltà ai suoi autori è sembrata in qualche caso, per fierezza, addirittura sanguigna. Uso apposta un tale epiteto, non solo perché chiunque lo avvertiva rispondente all’umore di Vigorelli - sia nella conversazione spicciola, insaporita da gag irresistibili, sia nella più dura polemica - ma anche perché nessun titolo della sua bibliografia suona più azzeccato di quello che egli si scelse per una raccolta di scritti del 1975, Nel sangue lombardo: in cui è appunto il «sangue» a sintetizzare una vocazione che sulla pagina inevitabilmente si esplica. La specificazione «lombardo», che unisce gli autori esaminati in quel libro, concerne poi, in assoluta evidenza, Vigorelli medesimo, nato a Milano nel 1913: se la sua tesi di laurea fu su André Gide e se inizialmente si occupò di novellistica rinascimentale, non tardò a concretare in articoli e saggi la propensione per il Manzoni (dietro il quale prendeva enorme rilievo la lezione realistica di un altro milanese, Carlo Porta).
Già nel 1942 aveva curato per Bompiani un innovativo commento alla Colonna infame; ma fu nel ’54, con Manzoni e il silenzio dell’amore, che Vigorelli ci consegnò il ritratto integrale di quell’autore, che sarebbe rimasto il suo, in un dialogo che copre l’arco di un’intera esistenza. Se ne ebbe riprova nel ’75 coi tre volumi di Manzoni pro e contro, che tracciano un disegno spesso imprevedibile di un secolo e mezzo di adesioni, riserve e ripulse al modello formale e ideologico del massimo romanzo della nostra letteratura. Quanto Vigorelli si sia adoperato nella sua veste di presidente del Centro nazionale di studi manzoniani, non è qui il luogo di riassumere: iniziative e progetti che, appena rallentati nelle sue pur intrepide «terza» e «quarta» età, non facevano che confermare l’immagine di quel grande organizzatore di cultura che Vigorelli era stato. Sia sufficiente rammentarlo nel ruolo di segretario della Comunità Europea degli Scrittori - per dieci anni, ed erano gli anni della «guerra fredda» - o di fondatore e direttore di periodici come L’Europa letteraria, dal 1960 al ’65; poi, fra i decenni ’70 e ’80, della Nuova Rivista Europea. Tribune di prestigio, sulle quali sapeva come nessun altro far collaborare in libertà firme nazionali e internazionali dei più diversi orientamenti. «Lombardo», più che un’ovvia indicazione di pertinenza geografica, è un’impegnativa «categoria morale». Vigorelli poteva estenderla ad altri, magari forestieri di nascita: per esempio a Stendhal, capace di comprendere l’Italia come pochi. Del resto, l’anticonformismo e l’estraneità a qualsiasi accademia - favoriti forse in lui da una breve esperienza di assistentato universitario apertasi e chiusasi, per motivi anche politici, prima dell’inizio della guerra - lo induceva a simpatizzare con gli eretici e i contaminatori.
Il suo cattolicesimo accettava gli «scandali» di un Gide e successivamente di un Teilhard de Chardin, il «gesuita proibito» che egli presentò e introdusse nel 1963 in un volume su cui il dibattito divampò sùbito. Aveva, fin da quand’era studente, dimostrato la propria autonomia nell’àmbito di una generazione che tra Firenze e Milano animò riviste come Il Frontespizio e Corrente, Campo di Marte e Letteratura (e si aggiunga l’elegantissima Prospettive di Malaparte, che usciva a Roma). A quei fogli Vigorelli dette un contributo non assimilabile all’oltranza «ermetica» degli amici Bo, Luzi, Macrì; ma anche in lui agiva un’intransigenza innanzitutto ideale, se non spiritualistica tout court. Lo si rileva ne L’eloquenza dei sentimenti (1943), dove il rinvio esplicito o larvato alle cose di Francia e ai suoi autori manifesta l’ampiezza degli orizzonti di riferimento.
Piacevano a Vigorelli le contaminazioni, gli incroci fra generi abitualmente divisi. Manzoni, certo, faceva scuola, con la sua miscela di storia e invenzione. Ma, venendo a esempi meno solenni e tuttavia inscindibilmente connessi alla sua formazione, è sintomatico il percorso dell’amicizia che lo strinse a Vittorio Sereni, luinese, anche lui del ’13. A pubblicare la sua prima raccolta, Frontiera, Sereni attese fino al 1941: una gestazione tormentosa, incrinata da mille dubbi, dei quali Vittorio metteva a parte esclusiva Giancarlo.
Questa vicissitudine Dante Isella l’avrebbe riletta, sistemata e annotata per le edizioni Archinto nel 1991 (in un Giornale di “Frontiera” cui si unisce la ristampa anastatica del libriccino di Sereni), ma qualcosa ne avevamo già appreso dallo stesso Vigorelli. La morte dell’amico, nell’83, lo aveva spinto a tornare sulla loro acerba confidenza e a pubblicare frammenti del relativo carteggio. Di questo si arricchisce poi il «ritratto» di Sereni all’interno delle Carte di identità (Camunia, 1989): di «ritratti» consimili, il libro ne riunisce ventuno e li chiama «indiscreti», perché non separano il mondo delle forme dal registro biografico, la cornice d’insieme dall’aneddoto. E nel caso di Sereni - unico poeta, oltre a Montale, ad avere «identità» in quella serie -, nulla smentiva l’idea, manifestata da Vigorelli fin dal ’43, che la sua fosse una lirica nutrita di «romanzo». Agli occhi del compagno sopravvissuto, quella restava la vocazione autentica, insopprimibile anche se, negli anni, altre subentranti preoccupazioni espressive avevano potuto, in Sereni, mascherarla. Elogiando e rimpiangendo il modo e il tempo di quella lirica nutrita di «romanzo», esile ma nitida, Vigorelli innalzava anche un altare all’amicizia, a quell’amicizia che sorge senza una causa, slancio puro e gratuito come in uno dei romanzi più amati e praticati dalla generazione sua e di Sereni: Le Grand Meaulnes di Henri Alain-Fournier.
Queste «carte di identità» non patiscono timori reverenziali: anche i Croce e i Contini vengono rosolati spietatamente, se si pensa che lo meritino. Benché derivino da materiali di varia epoca e occasione, esse ci forniscono la misura di una padronanza di giudizio talmente robusta da apparire di un’altra età. Nel firmamento letterario, sovraffollato per il troppo credito che vi si concede alle meteore e alle galassie indistinte, Vigorelli guardava al sodo. Per lui i risultati valevano più delle promesse e delle scommesse: dunque diceva di sì a Fenoglio e a Parise, a Pomilio e a Morselli (che la nostra editoria accettò solo da morto), di no agli ultimi libri di Moravia e, seccamente, a Stefano D’Arrigo, il cui sperimentalismo gli dava la sensazione di una «sirena» che «si canta addosso».
In altre circostanze Vigorelli si era pronunciato positivamente su Leonardo Sciascia, volterriano e manzoniano: lo leggeva «con inquieto piacere». E, fra gli scrittori meglio radicati nella propria identità originaria, aveva espresso simpatia per Tomizza. Ma andrà infine ricordato l’entusiasmo, una sorta di «delirio», con cui salutò l’impresa temeraria di colui che, fra i coetanei, poteva sembrare il più timido, Attilio Bertolucci, e che invece con La camera da letto, un romanzo in versi, tentò una forma salutarmente «impura». Il tenue pulviscolo del microcosmo familiare, agitato sullo sfondo - raramente benevolo - di una storia più larga e che tutti ci coinvolge: era di quegli «innesti» che Vigorelli prediligeva e che, anzi, sentiva opportuni a rinsanguare una letteratura come la nostra, della quale aveva denunciato spesso l’effettiva o potenziale anemia, nonché i vezzi di una garbata autosufficienza: e di un provincialismo che era precisamente l’opposto di quella vena «lombarda», schietta e comunicativa, di cui si fece, negli altri e in se stesso, cultore.