Vilipendio, avviso di garanzia per Lassini Ma lui contesta: "Per me il reato non esiste"

L’autore dei manifesti contro i magistrati deciso a non presentarsi ai
giudici. Poi attacca la sinistra: "Nel mio caso ha perso ogni parvenza di
garantismo"

Milano Lui li accusava di voler sovvertire l’ordine democratico. E loro vogliono processarlo per aver offeso il prestigio dell’ordine giudiziario. Quindici giorni dopo, eccolo. L’articolo del codice penale è il 290, «vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate», dice l’avviso di garanzia arrivato ieri dalla Procura di Milano. Roberto Lassini fa l’avvocato e viene da un rapporto con la giustizia che definire tormentato è un eufemismo: arrestato nel ’93 nello sferragliare di manette di Tangentopoli, 42 giorni di galera da innocente, poi cinque anni di calvario giudiziario. Uno col pelo sullo stomaco, insomma. E con tanta di quella rabbia accumulata da aver avallato l’affissione di quelle scritte, «fuori le Br dalle Procure», che un paio di settimane fa hanno tappezzato Milano e creato un caos nazionale, dall’ira del capo dello Stato Giorgio Napolitano giù giù fino all’aut aut di Letizia Moratti: in lista col Pdl o me o lui.

«Avrò il pelo sullo stomaco ma fa lo stesso effetto», dice. Lui, avvocato e pure di scuola democristiana, archiviata con assoluzione piena l’accusa di tentata concussione quando era sindaco di Turbigo, vive questo nuovo capitolo giudiziario come un secondo round su un ring disegnato da Kafka. La stessa giustizia che gli ha ingiustamente bruciato la carriera politica, ora che non gli ha chiesto nemmeno scusa lo vuol punire per un reato che, fra l’altro, la stessa dottrina giuridica vuole abrogare per anacronismo. C’è poi che quell’infausto slogan, «fuori le Br dalle Procure», per Lassini voleva essere una traduzione del concetto già espresso da Silvio Berlusconi quando parlò di «brigatismo giudiziario», denunciando una volta di più la persecuzione da parte di una magistratura impegnata da 17 anni a occuparsi di lui.

Adesso che il Pdl lo ha «scaricato», fatti salvi, dice, «Daniela Santanchè e lo stesso Berlusconi», chiedendogli un passo indietro nella corsa elettorale, Lassini parla di «ipocrisia» di una parte del Pdl: «A parole sono tutti col premier nella crociata sulla giustizia, ma nei fatti si sono smarcati tutti». Paradosso nel paradosso: «Non tanto nei giorni dei manifesti, ma nel periodo successivo, sono diventato il capro espiatorio di chi non combatte fino in fondo la battaglia per riformare la giustizia, e ha il pretesto per prendere le distanze». Il fuoco amico fa il paio con i siluri del centrosinistra, che «ha perso ogni parvenza di garantismo», là dove lo sfidante della Moratti a Milano, Giuliano Pisapia, ha inserito il «caso Lassini» fra le armi di attacco elettorale.

L’avviso di garanzia è arrivato anche a Giacomo Di Capua, ex responsabile della segreteria del coordinatore del Pdl lombardo Mario Mantovani. Serve a consentire agli indagati di chiedere di essere interrogati, se lo volessero. I pm infatti non li possono invitare a comparire fino a quando il ministero della Giustizia non avrà dato l’autorizzazione a procedere, così prevede il Codice. Lassini non andrà: «Io presentarmi spontaneamente? Per il momento lo escludo, perché il reato per me, semplicemente, non esiste».