Villaggio piace ai «rossi», Muccino ai «neri»

Vanzina, i polizieschi anni Settanta e gli spaghetti western sono stati riabilitati dai progressisti. I conservatori optano per Neri Parenti, le commedie di Virzì, la Vespa e la torta Sacher

Michele Anselmi

da Roma

Con buona pace di Marzullo, che chiedeva agli ospiti di un suo spassoso programma se «il cinema è di destra o di sinistra», ci si può invece domandare se esiste un cinema di destra e uno di sinistra. O, meglio, se sia possibile applicare categorie come destra e sinistra al cinema italiano popolare degli ultimi quarant’anni. Discorso scivoloso, ancorché stuzzicante: in fondo, ha scritto Filippo La Porta, le suddette categorie non sono «del tutto insensate nelle cose della cultura», benché, almeno da noi, esse tendano «a coincidere, in modo conformista, con rendite di posizione granitiche e status privilegiati». Un contributo al dibattito viene ora da un bel saggio di Christian Uva e Michele Picchi, appunto: Destra e sinistra nel cinema italiano (Edizioni Interculturali, 15.00 ). Leggetelo, se vi capita, perché i due giovani studiosi si divertono, in bilico tra gusto cinefilo e gioco serio, a rovistare nel cinema italiano dagli anni Sessanta a oggi, diciamo da Sergio Corbucci a Gabriele Muccino, per trarne una sorta di mappatura. L’idea, insomma, è di proporre chiavi di lettura alternative, riflessioni su elementi solitamente tralasciati.
L’approccio non è «stracult», alla maniera di Marco Giusti, bensì analitico e denso, anche se, a commento del primo capitolo, troviamo una surreale battuta di Franco & Ciccio: «Be’, veramente la politica non ci interessa: noi siamo apocalittici». Così, partendo dalla cruciale domanda «Ridere è di destra?», i due autori prendono in esame generi, filoni e periodi, senza mire revisionistiche (il Neorealismo non è in discussione), con l’intento di sbriciolare qualche luogo comune. «In fondo per anni la critica di sinistra ha avuto paura del cinema che faceva ridere, lo riteneva superficiale, poco impegnato», scrivono, appoggiandosi subito dopo all’immortale aforisma di Oscar Wilde: «Sono solo i superficiali a non fidarsi della prima impressione».
E allora, se non è una novità lo scambio di amorosi sensi tra ideologia sessantottina/terzomondista e spaghetti western di ambientazione messicana/rivoluzionaria (tre titoli per tutti: Quien sabe?, Vamos a matar, compañeros e Tepepa), incuriosisce il rovesciamento critico che Uva e Picchi compiono sul cosiddetto «poliziottesco» anni Settanta. Ricorderete forse titoli come Roma a mano armata, Milano calibro 9, Napoli violenta, e star come Maurizio Merli, epitome del commissario di ferro. Liquidati come reazionari e rozzi, insomma la degradata versione nostrana dei Callaghan, quei film adrenalici e brutali vengono passati al setaccio, e ne esce un quadro ideologicamente diverso. Sotto la superficie cinica e nichilista, a tratti maschilista, coverebbe un’attenzione viva agli scontri sociali in atto in quegli anni, emergono echi pasoliniani, riferimenti non forcaioli alla contestazione studentesca, alle condizioni delle carceri, all’immigrazione dal sud, alle stragi neofasciste. Emblema della rilettura, Il poliziotto è marcio di quel Fernando Di Leo riscoperto, con qualche enfasi cinefila, da Quentin Tarantino. Ma anche, secondo gli autori, La polizia accusa: il servizio segreto uccide di Sergio Martino, dove, tra una citazione da José Ortega y Gasset e una strizzatina d’occhio a Mao, si dimostra che, «a differenza del western politico, il poliziottesco smette di veicolare messaggi politici clandestinamente per diventare terreno di una vera e propria tribuna politica».
Giusto? Sbagliato? Naturalmente non è d’obbligo prendere partito. Ma c’è del vero quando, passando a «quel rivoluzionario di Fantozzi», leggiamo che il famoso impiegato incarnato da Villaggio è una sorta di «Che Guevara ingabbiato nel corpo di un democristiano», nel senso che «aspira da un lato a essere come gli altri, e dall’altro anela a un ruolo di leader nella ribellione di turno».
Poi naturalmente ci sono i fratelli Vanzina, «pariolini» doc eppure apparentati alla sinistra per la loro vivace capacità di scandagliare l’Italia, dal craxismo anni Ottanta al berlusconismo anni Novanta, in contrapposizione all’ultimo Neri Parenti, quello di Natale in India e consimili, che sarebbe invece di destra. E sapete perché? Perché, attraverso l’uso del «domatore di mostri» Christian De Sica, il regista toscano, che fu anarchico-bombarolo ai tempi di Fantozzi, oggi praticherebbe un cinema «cattivo e fastidioso, parolacciaro e schematico», insomma «ultradestrorso».
Certo, tornando ai Vanzina, fa un certo effetto scoprire, rivedendo Yuppies del 1986, come «alcuni accessori funzionali al culto accomunino trasversalmente fedeli di diversa appartenenza»: al pari del guru progressista Nanni Moretti, anche quei giovanotti meneghini in carriera, tendenzialmente di destra, stravedono per le scarpe, la Vespa e le torte Sacher. Sarà un caso? Del resto, paradosso per paradosso, Caterina va in città di Virzì non fu forse accusato da l’Unità di essere un film reazionario, in quanto mucciniano? Sì, ancorché diretti dal diessino Muccino, L’ultimo bacio e Ricordati di me patirono l’ostracismo di tanta critica di sinistra, poiché «trendy», «patinati», «ideologicamente ambigui», quindi (un po’) di destra. Di contro, allora, come giudicare Il trasformista di Barbareschi? Commento degli autori: «Nella vita per vincere bisogna fare, almeno ogni tanto, “qualcosa di destra”, anche se nel frattempo si ha l’abilità di dire “qualcosa di sinistra”».