Il villaggio vicino è sempre più verde

I demoni di Piero isolato, tra misteri e fantasie, nel romanzo di Rita Gambescia

L’idilliaca cittadina di Stepford, quella de La moglie perfetta di Frank Oz, con Nicole Kidman; quell’incubo dai colori pastello che era Seaheaven, sobborgo natale di Truman-Jim Carrey; uno qualsiasi dei luoghi surreali dei racconti di Buzzati o i villaggi da cartoon della narrativa giapponese contemporanea: la Thuja è un luogo di finzione gemellato con molti altri mondi paralleli, realtà fuori dal Reale, eppure così simili a quelle dove tutti un giorno speriamo di poterci trasferire. Ed è la Thuja è la vera protagonista del romanzo di Rita Gambescia, Il villaggio dove tutti avevano un cane (Tullio Pironti, pagg. 93, euro 10).
Alla Thuja i primi tempi il silenzio è così vero da sembrare innaturale. Ad ogni ora le giornate sembrano all’inizio. Il profumo del glicine stordisce. Le rose sbocciano, continuamente. E quel verde, il verde della Thuja, invoglia in modo irresistibile al possesso di un animale, da far correre in libertà. Alla Thuja i nuovi arrivati sono investiti da un’inaspettata energia: sarà perché possedere un giardino, per chi è abituato solo al computer e alla metropoli, sembra una grazia immeritata e spinge a vagabondare per saperne di più su semine, talee, concimazione.
Non è una casa di riposo di lusso, la Thuja. Non è un luogo di villeggiatura. Ci sono vicini gentili, tutti con un cane che la fa da padrone, un portiere superefficiente e si può persino lavorare, ciascuno secondo le proprie capacità. Eppure, dopo qualche mese che vi si soggiorna, il mondo esterno comunica un singolare «senso d’irrealtà».
Alla Thuja, luogo dove prima o poi potremmo approdare tutti, arriva Piero, spedito dal suo medico, che considera quel trasloso più terapeutico di qualunque ricetta. Piero è uno di noi. Magari un po’ esaurito, disilluso. Ma nulla di più. E se dedica i primi mesi al riposo, ecco, poi deve, vuole tornare a vivere. E quando si vive, ci si fanno domande: perché alla Thuja tutti si aiutano? Perché chi gestisce il villaggio è così interessato a schedare tutti e a far sì che nessuno abbia da lamentarsi del soggiorno?
«Thriller dello spirito», labirinto kafkiano che si snoda all’interno della psiche come un flusso di coscienza in cui il villaggio esterno è la metafora di un superego divorante, il romanzo della Gambescia ci accompagna con semplicità fino al cuore del supremo desiderio: siamo disposti a rinunciare alla nostra anima per vivere di eterna bellezza?