Villari non si dimette e il partito s’infuria: «Lo farà oggi» «Non è ancora detto»

Roma La telenovela della Vigilanza non è ancora finita, nonostante il tripudio nazionale per l’accordo sul nome di Sergio Zavoli, sancito tra Palazzo Chigi e il leader Pd con la benedizione del Colle.
Il nuovo candidato presidente c’è, il problema è che il presidente in carica è ancora Riccardo Villari. Il quale ieri ha concluso, con Gianfranco Fini, il suo giro di incontri istituzionali. Al presidente della Camera ha spiegato che non è certo sua intenzione fare «resistenza», e che lui stesso aveva auspicato una soluzione «più avanzata» che mettesse d’accordo i poli. Se dunque «tutti i gruppi politici» oggi (quando si riunisce per la prima volta la commissione, da lui convocata) gli chiederanno di dimettersi, in modo però più «urbano» e «istituzionalmente corretto» di quanto a suon di diktat abbia fatto finora il suo partito, lui lo farà.
Nel frattempo, Villari si è tolto la soddisfazione di tenere ancora un giorno sulla graticola il Pd, con la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro che annunciava: «Non ho sentito Villari, ma dopo gli adempimenti di rito si dimetterà»; e lui che la rimbeccava via comunicato: «Non ho mai anticipato a nessuno le mie determinazioni, l’unica sede propria è quella istituzionale della commissione». Zavoli è diventato ieri membro della commissione di Vigilanza, nella quale il suo partito si era scordato di metterlo a inizio legislatura, a dispetto della lunga e indiscussa esperienza in materia tv che ora tutti esaltano, preferendo dirottarlo in commissione Cultura. A cedergli il posto, il dalemiano Nicola Latorre: si era detto disponibile lui stesso già martedì, ma ieri sarebbe stato Veltroni a telefonare alla capogruppo al Senato Anna Finocchiaro per chiederle di accelerare la pratica e far dimettere subito Latorre. Vera o no la voce, è il segnale di rapporti interni che nel Pd stanno arrivando al limite dello scontro etnico. Se qualcuno voleva utilizzare la partita della Vigilanza per una manovra contro Veltroni, «non c’è riuscito», annuncia Beppe Fioroni: «È finito come i pifferi di montagna, che volevano suonare e furono suonati». Il dalemiano Roberto Gualtieri contrattacca e chiede a Veltroni una «seria autocritica» sugli «errori» della vicenda Rai, denunciando una «campagna di delegittimazione di sapore stalinista» contro la fronda interna. Sulla stessa linea la Velina Rossa, che definisce la candidatura Zavoli una scelta «da gerontocrazia sovietica», e denuncia la «offensiva non più sotterranea» dell’Unità veltroniana di Concita De Gregorio (e di Marco Travaglio) che «negli ultimi tempi ha scelto come bersaglio D’Alema». Malumori ai quali Veltroni risponde difendendo le sue scelte: «Siamo andati fino in fondo e abbiamo fatto bene. Abbiamo fatto tutto alla luce del sole».
Ma la situazione è tale che dal prodiano Franco Monaco e dal quotidiano Europa, è arrivato un identico appello. Della guerra D’Alema-Veltroni «non se ne può più».