Villari, storia di un’occasione gettata al vento

La telenovela della Commissione di vigilanza Rai e del suo presidente, il novello Riccardo Cuor di Leone, al secolo Villari, è forse giunta all’ultimo atto. Forse, perché re Riccardo ha preannunciato nel talk show di Maurizio Costanzo un ricorso al Tar o alla Corte Costituzionale o forse alla giustizia civile o addirittura al nostro re in esilio, insomma un ricorso quale che sia pur di rimanere al suo posto contro Cristo e li nimici suoi. Noi scherziamo per non piangere sul caro estinto che nel caso specifico è il Parlamento della Repubblica. Questa storia è nata male, è proseguita peggio e sta finendo in farsa con dei comportamenti che non hanno precedenti nella storia democratica del Paese. Non c’è dubbio che il primo errore fu quello di Veltroni che per qualche mese non si mosse dalla candidatura di Leoluca Orlando impraticabile per ragioni puramente politiche. I presidenti delle Commissioni, ed in particolare quelle di controllo come la Commissione di vigilanza sulla Rai, devono offrire garanzie di equilibrio perché sono presidenti di tutti anche di chi non li ha eletti. Per quelle di controllo, poi, è richiesto un voto qualificato e per prassi consolidata c’è una rinuncia della maggioranza in favore dell’opposizione che deve quindi poter ricercare un nome in cui tutti si possano riconoscere. L’equilibrio richiesto, piaccia o non piaccia, non è nelle doti politiche né di Leoluca Orlando, né dell’Italia dei Valori. Questo dunque fu il primo errore di Veltroni. Il secondo fu quello di Villari, non tanto perché si era fatto eleggere contro il parere del proprio partito (anche qui un precedente nella storia parlamentare non proprio edificante) ma perché non seppe cogliere e cavalcare il valore politico della sua elezione quando, pochi giorni dopo, fu trovato l’accordo unitario sino ad allora impossibile sul nome di Sergio Zavoli. E lì cadde il senatore Villari. Un uomo politico appena appena avvertito si sarebbe subito dimesso spiegando a Veltroni che la propria azione aveva ridato al Pd quella libertà da lui negatagli sciogliendolo dai lacci che lo tenevano legato a Di Pietro e portando un suo uomo, Zavoli, per l’appunto, alla presidenza della Commissione. Se lo avesse fatto, Villari avrebbe potuto iniziare una battaglia contro Veltroni e i suoi cari diventando così un punto di riferimento per molti dentro il sofferente Partito democratico. Villari ha fatto l’esatto contrario. Prima ha detto che si sarebbe dimesso in presenza di un accordo unitario e poi ha trovato scuse sempre più puerili per rinviare le proprie dimissioni procurando, in tal modo, le dimissioni in massa di tutti i componenti della commissione e il suo susseguente doveroso scioglimento. Incapace di cogliere i momenti politici alti, Villari si è via via sempre più avvitato minacciando ultimamente di portare il Parlamento in Pretura per dirla con una battuta. E così quelli che erano gli errori degli altri sono scomparsi dinanzi all’arroganza istituzionale di Villari che dopo dieci anni di Parlamento (ah benedetta preferenza scomparsa quindici anni fa) ha immaginato che le istituzioni potessero fare a meno della politica. Quella politica senza la quale non si governa e si smarrisce la bussola democratica. In Parlamento ognuno ha il diritto di parola e di critica (anche questo ormai è sempre più in disuso) ma c’è quel valore della disciplina di partito che resta un dato essenziale nella vita democratica dei gruppi parlamentari. Re Riccardo lo dovrebbe sapere e piuttosto che liberare il Pd dal suo presunto tiranno ha sepolto la politica con i suoi comportamenti dopo che per quindici anni non è stato in grado di essere, nella sua disastrata Napoli, né un punto di riferimento, né un’occasione di speranza. Se davvero darà il via al suo preannunciato ricorso sarà anche lui definitivamente seppellito da una grassa e incontenibile risata, il modo più atroce per chiudere un grigio percorso politico.