Villepin nei guai, l’Unione esulta

Livio Caputo

Bertinotti, Diliberto e tutti gli altri esponenti del centrosinistra che tuonano contro la «precarizzazione» e chiedono la abrogazione della legge Biagi devono essere al settimo cielo: con due settimane di scioperi, occupazioni, devastazioni e dimostrazioni di piazza, la Francia di sinistra ha costretto il governo Villepin a una umiliante marcia indietro sul contratto di primo impiego per i giovani, che prevede la possibilità di rescissione del rapporto senza giusta causa nei primi due anni. Non solo il primo ministro è stato costretto a svuotare di contenuto la legge stessa, ma studenti e sindacati hanno respinto anche questa proposta di compromesso, pretendendo il ritiro del provvedimento prima di sedersi intorno a un tavolo a discutere. Per evitare di essere travolto da questa débâcle, lo stesso Nicolas Sarkozy, il «duro» del governo che, in teoria, invoca riforme ancora più incisive del mercato del lavoro, ha ritenuto opportuno dissociarsi dalla legge: per chi aspira alla presidenza della Repubblica, non è evidentemente consigliabile schierarsi contro il 60-70 per cento dell’elettorato che ha espresso comprensione per i dimostranti.
Sul piano logico, lo scontro è difficilmente comprensibile. Nelle intenzioni del primo ministro si trattava solo di un tentativo di alleviare la disoccupazione giovanile, che ammonta al 22 per cento contro una media nazionale del 9,6, dando così alle aziende la possibilità di valutare meglio le capacità di un dipendente prima di fargli un contratto a tempo indeterminato: un provvedimento non certo capace di sovvertire lo stato sociale e che comunque sarebbe tornato a vantaggio di un certo numero di giovani meritevoli oggi lasciati fuori dal sistema. Invece, con il Partito socialista che soffiava sul fuoco, esso è stato interpretato come un oltraggio alle nuove generazioni e un primo attacco alla sicurezza del posto di lavoro, finendo con il coinvolgere nella protesta anche categorie che non c’entrano nulla. Perciò, ha dato vita a una battaglia che ricorda quella ingaggiata, inutilmente, dal governo Berlusconi per la modifica dell’articolo 18, ma con ricadute ben più pesanti a livello europeo.
Sarebbe infatti riduttivo attribuire la rivolta soltanto alla proverbiale ostilità del popolo francese a ogni innovazione che possa in qualche modo minacciare uno stato sociale generoso quanto ipergarantista. Qui ci troviamo di fronte a una manifestazione estrema di idee diffuse in tutta la «vecchia Europa», che il Wall Street Journal ha definito la filosofia del «meglio un uovo oggi di una gallina domani»: la filosofia, di coloro che, pur di fronte alla provata insostenibilità dei modelli sociali attuali, rifiutano le riforme che cercano di correggerli se appena comportano qualche sacrificio. È inevitabile che questi «conservatori» traggano grande incoraggiamento dagli avvenimenti francesi. In tutti i Paesi che si trovano alle prese con i medesimi problemi si rafforzerà la tentazione di ingaggiare simili battaglie di retroguardia, indipendentemente dai danni che potranno provocare e dalla impellente necessità di riforme che vadano nella direzione opposta.
Le ripercussioni potrebbero essere particolarmente negative in Germania, dove la signora Merkel si appresta ad affrontare i nodi dell’economia alla testa di una Grande coalizione che, su questi temi, è spaccata a metà. Già ora è alle prese con uno sciopero a oltranza dei dipendenti pubblici e con una crescente militanza da parte di vari sindacati. Se si lascerà influenzare dalla sconfitta del governo Villepin e deciderà per la politica del rinvio, tutto il movimento riformista di cui l’Europa ha bisogno per consolidare la sua ripresa ne risentirà; e chi, come il centrosinistra italiano, ha addirittura in progetto delle controriforme si sentirà ringalluzzito.
C’è ancora la speranza che la contro-protesta degli studenti che accettano la legge Villepin, scesi ieri a loro volta in piazza, riescano a inscenare quel che fu in Italia la «marcia dei quarantamila». Ma non sembra essere aria: è più probabile che gli eventi di Parigi segnino un altro passo verso la decadenza economica di un’Europa, incapace di adeguarsi a una situazione nuova.