La viltà dell’Onu e il coraggio di re Abdullah

Due storie e una morale circa l’attentato terrorista che ha falciato a colpi di Kalashnikov otto ragazzi dai 15 ai 26 anni e ne ha feriti una decina. Il terrorista, l’arabo israeliano Ala Abu Dheim del quartiere gerusalemitano di Jabel Mukaber, era ben preparato; i suoi passi fino a dentro alla Yeshiva sono stati studiati e precisi. Nella biblioteca, raggiunta senza ostacoli, ha usato il suo Kalashnikov sparando centinaia di pallottole, e aveva altri due caricatori pieni pronti per l’uso.
Ieri si è venuto a sapere che suo fratello era stato interrogato nel passato per aver cercato (e forse concretizzato) un rapporto con gli hezbollah; lui era rimasto nell’ombra ma il suo ambiente era di netta simpatia per Hamas. In più, nei giorni scorsi era andato vantandosi in giro: «Sentirete presto parlare di me». I fratelli e in genere tutta la famiglia sono israeliani, ovvero godono di pensione, assistenza, dei diritti degli israeliani. Niente disperazione da disoccupazione o fame, ma l’adesione all’ideologia di chi vuole distruggere Israele, ovvero Hamas e Hezbollah. La famiglia è benestante e nota nella zona, e si vanta dell’accaduto. Ieri ha trattato gli israeliani, specie giornalisti, che andavano a guardare le bandiere di Hamas che sventolavano sulla loro casa, come fossero loro i colpevoli del disastro. Anche in Giordania la famiglia del terrorista è ramificata e importante e, pare, con buoni contatti a corte; però, quando ha montato la tenda del lutto, la polizia di Re Abdullah gliel’ha impedito. Questa storia sfata due miti: il primo, che i terroristi siano disgraziati senza speranza, quasi costretti a uccidere. Il secondo: non è affatto scritto che un Paese arabo, per paura delle reazioni dei propri integralisti islamici, debba voltarsi dall’altra parte di fronte all’odio antisraeliano. Anche Abdullah aveva certo visto in tv le ripugnanti manifestazioni di gioia che a Gaza come a Ramallah avevano festeggiato la strage. È stato bravo il giovane re, che ha così delegittimato il terrore. Al contrario, per esempio, dell’Onu l’ha legittimato non riuscendo nemmeno a condannare la carneficina di alcuni ragazzi in preghiera, mentre non ha problemi a protestare perché Israele «usa mezzi sproporzionati». Ma come? Quali sarebbero i mezzi proporzionati in una guerra in cui di fronte all’esercito un’organizzazione integralista prende di mira volutamente i civili altrui e usa i propri come scudi umani? Forse l’Onu vuole suggerire che Israele deve lanciare una pioggia di missili su Gaza, eguale a quella che cade su Sderot giorno e notte?
Secondo capitolo: l’Egitto in questi giorni aveva cercato, incontrando leader di Hamas e della Jihad islamica di concludere un cessate il fuoco. Ma ora Omar Suleiman, ha rinunciato: Hamas non intende affatto fermare i razzi, nemmeno durante la visita ormai cancellata di Suleiman in Israele. Fonti egiziane ieri aggiungevano che forse la Siria ha ispirato a Hamas la linea della durezza per tenere accesa l’attenzione mondiale su Israele: così il prossimo summit della lega Araba che si terrà a Damasco sarà tutto un urlo di odio contro Israele e non si parlerà di come la Siria cerchi di piegare il Libano tramite gli hezbollah. Questo complicato intreccio ha sempre alle spalle un grande burattinaio, che sovrintende a Siria, Hezbollah, Hamas. L’Iran, che ha un solo scopo: evitare ogni processo di pace. Questo fronte attaccherà sui vari terreni prescelti, con buona pace di chi come Massimo D’Alema cercherà di parlamentare con l’una o l’altra parte dello schieramento e che verrà preso in giro e ingannato.
Questa è la morale che emerge dall’osservazione di questi giorni. Il giovane terrorista che ha colpito era forse in contatto, o pilotato, dagli hezbollah; era anche un simpatizzante di Hamas. Di fronte a noi ci sono una serie di organizzazioni che oggi possono contare anche su una nuova manodopera, gli arabi israeliani (certo, solo una parte!) che considerano Israele un nemico mortale.
Fiamma Nirenstein