Vince il denaro e Scalfari confessa: quant’è bello scrivere per il Cav

Con un editoriale sulla "Repubblica" Eugenio Scalfari sgonfia l'ennesima riedizione del dilemma morale lanciato dal teologo Mancuso

In un’estate funestata da insostenibili drammi politici, per fortuna grazie a un teologo in crisi fiscale, un manipolo di intellettuali editorialmente ambigui e un padre fondatore della Repubblica noto per i suoi editoriali ad personam, la cronaca offre l’occasione di sorridere di fronte all’ennesima farsa etico-libraria andata in scena questa settimana su tutti i quotidiani. S’intitola «La coscienza di Vito», l’ha scritta uno che, proclamandosi eretico, si crede (...)
(...) un santo, racconta il solito dilemma dello scrittore di sinistra afflitto dai tormenti derivatigli dal pubblicare per un editore di destra, e si conclude, grazie all’intervento di un deus ex machina dalla barba bianca, con lo scontato happy end che ricompone ogni equivoco mantenendo per altro intatto il dubbio. E lasciando le cose esattamente com’erano quando la storia iniziò. E pubblicarono tutti felici e contenti.
Da quasi vent’anni, da quando il Cavaliere è entrato in politica, l’intellighenzia italiana ci spacca i caratteri tipografici con la domanda (pelosa e ipocrita) se uno scrittore antiberlusconiano possa o no pubblicare per le case editrici del premier. E, curiosamente, ogni volta che la domanda si ripropone, il catalogo Einaudi-Mondadori si arricchisce di nuovi nomi di romanzieri, professori e parlamentari di sinistra. A dimostrazione che le leggi del mercato valgono più di quelle della politica.
La penultima anima bella colta dal dubbio morale, immediatamente spazzato via dalla certezza economica, un paio di mesi fa, è stato Roberto Saviano, che si è spinto fino all’intimidazione «gomorristica» nei confronti della proprietà: se critichi ancora i miei libri, ma ne vado (e intanto è ancora lì). L’ultima, qualche giorno fa, Vito Mancuso, fulminato sulla via di Segrate dalla cosiddetta legge ad aziendam che consentirebbe alla Mondadori berlusconiana di risolvere con due soldi un vecchio contenzioso col fisco. La cosa è eticamente riprovevole - si è lamentato Mancuso su Repubblica - e io che ho fatto dell’etica il faro della mia vita, come posso rimanere indifferente? Lo ha chiesto anche a tutti gli altri suoi co-autori del gruppo Einaudi-Mondadori (che dalla A di Augias alla Z di Zagrebelsky conta qualche centinaia di grandi, piccoli, medi e mediocri intellettuali e politici di sinistra) e per tutta risposta si è sentito rivolgere una gigantesca pernacchia, modulata su una ridottissima varietà di toni che vanno dal falsetto («qui mi sento libero e alla proprietà non ci bado»: Nicola Tranfaglia, un saggio Einaudi in libreria) al tonitruante («io a Segrate sto benissimo»: Piergiorgio Odifreddi, una carriera festivaliera all’ombra della Mondadori). Poi si è esibito il capocomico della compagnia, Corrado Augias: «I miei libri sono discussi e creati in uno stretto rapporto con i dirigenti editoriali, per me la Mondadori è perfetta. Andarsene e ricostruire con un altro editore un rapporto professionale e affettivo come quello che ho adesso non è facile» (bravo: ma se invece che per un colosso che ti dà 20mila euro di anticipo e porta il tuo libro in tutti gli autogrill, lavorassi con gli stessi editor ma per le edizioni Tiremminnanz di Parabiago, diresti la stessa cosa?).
Poi, come se la trama della storia non fosse comica a sufficienza, lo stesso Mancuso, due giorni fa, ha confessato al Giornale che «comunque per il mio prossimo libro ho già firmato il contratto con Mondadori, e quindi per ora rimango» (in termini teologici si dice apostasia: prima faccio una professione di fede nella Sinistra pura e immacolata, poi la tradisco preferendo quel diavolo di un Cavaliere). E infine, ieri, arriva la bolla papale emanata su Repubblica da Eugenio Scalfari, che con un pezzo tanto virtuoso quanto paraculo dal titolo «Gli scrittori, i libri e il conflitto d’interesse» assolve tutti, autoassolvendosi, dichiarando solennemente (citiamo alla lettera): «Alla Einaudi mi trovo benissimo e ci resto». E per di più senza vergogna di specificare un’ovvietà - editoriale, più che morale - ossia che: «Se il gruppo editoriale che guida Einaudi cambiasse o se i suoi dirigenti si piegassero a richieste politicamente scorrette o per me incompatibili, non esiterei un istante ad andarmene . L’importante è che le idee possano circolare liberamente senza condizionamenti o ricatti». Tagliando, così, il nodo della questione teologica, e dimostrando esplicitamente che Silvio Berlusconi - che di quel gruppo editoriale è a capo - almeno finora si è dimostrato un sincero democratico.
La farsa è finita. Rimangono i pagliacci a raccogliere gli applausi del pubblico ammaestrato. Pietro Citati, Luciano Violante, Federico Rampini, Massimo D’Alema, Rossana Rossanda, Alberto Asor Rosa, Roberto Saviano e compagnia cantante. Tutti a sputare sui giornali e in tv il peggio dell’antiberlusconismo, tutti a indignarsi per la «legge bavaglio» che soffoca la libertà di espressione, tutti a denunciare un regime para-fascista. Per poi dire che a Segrate però si trovano bene, che nessuno mi ha mai toccato una virgola, che la libertà è assoluta, che il rapporto di fiducia con gli editor e i manager è ormai inscindibile, che Berlusconi è impresentabile e dalle sue aziende emana «un fetore schifoso di denaro», però, sapete, io ormai devo consegnare un volume su Shakespeare per i Meridiani, e insomma, l’ho promesso a Renata Colorni, che sì, lavora in Mondadori, ma non c’entra con Berlusconi, e che sì, prenderò un sacco di soldi che arrivano dal Cavaliere e quindi emaneranno anche quelli un fetore schifoso di denaro, però insomma... è un’altra cosa... e se lo dice Nadia Fusini che scrive su Repubblica e quindi sta sempre dalla parte giusta, c’è da crederle.
Si chiamano cafoni. Quelli che, invitati a una festa, per tutta la sera parlano male sottovoce del padrone di casa, dandogli del ladro. E che poi, quando lo vedono, esclamano: «Ma come si sta bene qui!». E in più mangiano a sbafo. Più che degli intellettuali, siete dei refusi.