Vince un film russo. Scola: «C’erano sedie vuote»

Michele Anselmi

da Roma
Per Goffredo Bettini sono «solo parole scherzose». Eppure lo sbuffo inatteso di Ettore Scola, al culmine della premiazione in una sala Santa Cecilia piena in ogni ordine di sedie alle 11 di mattina, ha finito con il rovinare un po' la festa, anzi la Festa. Chissà perché l'ha fatto, si sono chiesti in molti. Chiamato a coordinare la giuria popolare composta da cinquanta spettatori selezionati, il regista ha ironizzato alla sua maniera sorniona sul tasto più delicato: lo scarso afflusso di pubblico ai film del concorso. «Sapete, il romano viene qui perché si sente a casa sua. Anzi la gente neanche viene, perché i film se li sente suoi, come se li avesse scelti. Quindi le sale a volte restano vuote. Sia detto senza ironia». Un brivido ha attraversato la platea. Bettini, annusando la rogna, deve aver bisbigliato qualcosa al cineasta, e quello, neanche cinque minuti dopo, ha fatto il bis, senza tanti complimenti: «Prima ho detto che le sale erano vuote. Vorrei che non ci fossero equivoci. So che s'è dovuta aprire una sala extra per contenere il pubblico. Magari poi non sono entrati. Il pubblico romano è fatto così... Come sapete, ho una certa età, posso avere anche delle allucinazioni, ma vi assicuro che le sedie vuote le ho viste».
In effetti, qualcosa non ha funzionato nella gestione di quella sezione, pur importante, della Festa (pienoni invece per incontri, duetti e Première). Succede anche al Lido che certi film in gara richiamino scarso pubblico alla proiezione ufficiale, ma a Roma sembra essere andata peggio. Di qui lo scatto di Scola, forse rubricabile alla voce stanchezza. Non è stato facile, infatti, trovare un'intesa sul verdetto, tanto da doversi escogitare una classica soluzione all'italiana (alla veneziana?) per uscire dall'impasse. Se all'ultima Mostra fu coniato ad hoc un Leone d'argento per premiare il pur bello Nuovomondo di Crialese, alla prima Festa ecco uscire dal cilindro del presidente un non previsto Premio speciale della giuria andato al britannico This is England di Shane Meadows. Così facendo, tutte le caselle sono andate a posto. Miglior attore, il vibrante Giorgio Colangeli di L'aria salata. Miglior attrice, la vivace Ariane Ascaride del francese Le voyage en Arménie. Miglior film, il russo Playing the victim di Kirill Serebrennikov. Il quale, stupito almeno quanto il cinese Jie Zhang-ke laureato a Venezia, ha affettuosamente ringraziato i presenti, forse ignorando che nessuno o quasi aveva visto il suo film (un adattamento in chiave moderna di Amleto).
Per il resto la cerimonia, pilotata da Piera Detassis, s'è svolta all'insegna di una certa sobrietà, senza troppi inciampi, a parte le proteste dei fotografi tenuti lontani e contingentati. Semmai tra qualche gaffe. Come quella sfuggita a Sabrina Ferilli, chiamata a consegnare la targa (made in Bulgari) a Colangeli. «Questa è per lei, che credo sia bravo, anche se non la conosco», ha scandito l'attrice, appena tornata dal set di Vacanze di Natale a New York, e all'imbarazzato Colangeli non è rimasto che scherzare tra gli applausi sulla propria condizione di «attore defilato».
Applausi anche per la marsigliese Ariane Ascaride, brava a prepararsi un discorsetto in italiano, mentre un non più tinto Ninetto Davoli, destinatario di un riconoscimento collaterale per la sua intensa prova in Uno su due, nel ricordare ovviamente Pasolini s'è lasciato sfuggire polemicamente: «Sono contento, perché una volta nella vita, dopo 42 anni, mi si premia». Contento pure Giuseppe Tornatore, premio Blockbuster per La sconosciuta, che ha ringraziato «chi mi ha affettuosamente convinto a portare il film qui alla Festa: avevate ragione». Un palpito di emozione autentica, seguita da una standing ovation, s'è sparso per la sala quando la moglie e i figli di Gillo Pontecorvo sono saliti per ritirare il premio conferito al regista, appena scomparso, della Battaglia di Algeri. Purtroppo non lo stesso si può dire dei saluti, tra l'ispirato e l'istituzionale, sempre troppo lunghi, dei vari Abete, Mondello, Gasbarra e Marrazzo.
Prima della cerimonia, il bel concerto dell'orchestra di Santa Cecilia - siamo pur sempre all'Auditorium della musica - aveva rallegrato gli animi e le orecchie dei presenti. Quattro pezzi intonati all'occasione (Rossini, Mascagni, Verdi, Puccini) più una sorpresa finale che il maestro Antonio Pappano ha lanciato con cinefila irruenza: era il glorioso tema sinfonico di Guerre stellari, e la sala quasi è venuta giù per la felicità.