Vince Mad Men: la qualità ora è in televisione

Agli Emmy Awards trionfa la saga sull’America del boom economico ispirata alla filosofia
ultraliberale di Ayn Rand Premi anche per <em>Glee</em>, <em>The Big Bang Theory</em>, <em>Csi</em> e <em>The Pacific</em>. Parterre da notte degli Oscar

Era vero in passato, ma oggi sembra ancora più vero. Per capire dove va l'America, più che qualche saggio sociologico o politico serve sbirciare tra le pieghe delle mille storie servite in tv dai telefilm. Lì, più che nel cinema di Hollywood (fattosi manieristico e/o un po’ troppo asservito alle esigenze dell'effettistica speciale: di polpettoni fantasy e magici proprio non se ne può più) affiorano vicende, personaggi, affreschi di un paese che, per sua natura, è attraversato dal forte vento del cambiamento. E forse non è un caso che il pubblico americano premi con notevoli indici di gradimento alcune serie televisive nelle quali, evidentemente, riconosce sé stesso con maggior forza rispetto a tanti pistolotti intellettuali da salotto catodico o comizi di politici e politicanti. Chi fa l'americanologo, dunque, dovrebbe tenere in massima considerazione gli esiti popolari dei cosiddetti serial. I politici, che hanno due narici grandi così, lo hanno già fatto: si ricorderà il rinvio del discorso al Congresso del presidente Obama, dal momento che questo si accavallava con l'esordio della sesta stagione di Lost. La cerimonia della 62esima edizione degli Emmy Awards a Los Angeles - i cosiddetti «oscar» dei telefilm assegnati dall'Academy of Television Arts and Sciences - ha l’altra notte decretato i nuovi re del genere serial. Dietro i quali si può leggere un'America come sempre assetata di storie ma sempre più realistiche, non necessariamente edificanti, sicuramente poco retoriche. Ebbene sì, gli Usa che hanno fatto della retorica (buona e cattiva, utile e gratuita, a seconda dei casi) un marchio di fabbrica potente e tale da accomunare classi sociali e tipologie umane differenti, ora sembrano volersi guardare allo specchio senza troppe pomposità e cerimonie. Lo attestano le vittorie squillanti agli Emmy Awards di due serial come Mad Men (migliore serie televisiva drammatica dell'anno, il riconoscimento più ambito della kermesse) e Modern Family, migliore commedia. Il primo, che da tre anni di fila vince anche il Golden Globe per la sua categoria e che agli Emmy ha sconfitto rivali come Dexter, Breaking Bad e Lost, è il racconto della vita di un gruppo di pubblicitari impiegati presso l'agenzia Sterling Cooper a New York, in Madison Avenue, nei primi anni Sessanta. La cornice è quella dell'America divisa tra gli sfidanti per la Casa Bianca Nixon e Kennedy, e punta i riflettori principali sul direttore dell'agenzia Don Draper (interpretato da Jon Hamm). Ambiziosi, cinici, ma anche creativi e geniali, i pubblicitari di Mad Men sono né più né meno un concentrato di «american way of life», in un intreccio di luci e ombre sicuramente realistico. Non c'è spazio, dunque, per il bianco e nero, per i Buoni e i Cattivi con maiuscola di complemento. La stessa famiglia rappresentata in Modern Family è uno specchio simbolico di ciò che l'americano medio osserva sul pianerottolo di casa tutti i giorni: la serie tv, rispettando più o meno le previsioni, si porta a casa la bellezza di sei Emmy, raccontando con la tecnica del mockumentary (il «falso documentario») e l'utilizzo di una sola telecamera le vicende di una famiglia allargata che forse non segue i canoni di quelle illustrate nelle pubblicità dei corn flakes in tv, ma che trasuda vizi e virtù di un'America sempre più intrecciata di culture, non necessariamente wasp (bianca e anglosassone) e, comunque, un bel po’ incasinata. Si può dire fresca di debutto italiano (a febbraio scorso sul satellite, in America esordì a settembre 2009 su Abc), Modern Family parte dal patriarca di casa Pritchett, Jay (interpretato da Ed O'Neill), per osservare tre nuclei famigliari dove spiccano la giovane moglie colombiana di Jay, Gloria, e perfino una coppia gay composta dal figlio di Jay, Mitchell (Jesse Tyler Ferguson) e dal compagno Cameron, i quali hanno adottato un bimbo vietnamita.
Sul palco degli Emmy Awards parecchia gloria ne ha raccolta anche The Pacific, giudicata la migliore miniserie, prodotta da Tom Hanks e Steven Spielberg (8 Emmy vinti, il numero più alto della competizione), storia di soldati Usa impiegati sul fronte dell'Oceano Pacifico durante la Seconda guerra mondiale, seguita dal telefilm Temple Grandin, su una scienziata affetta da autismo, che si è aggiudicato sette statuette. Tra le sorprese, il successo di Kyra Sedgwick come migliore attrice in una serie drammatica per The Closer e quello di Bryan Cranston per Breacking: Cranson ha battuto avversari dalle spalle larghe come lo Hugh Laurie di Dr House e il Matthew Fox di Lost, il serial rimasto a secco nonostante le dodici nomination. Evidentemente, quest'America vuole guardarsi più in casa, piuttosto che perdersi su isole misteriose. E noi italiani, per vederli, dovremo collegarci al satellite: quasi tutte le serie premiate infatti vanno in onda su Sky. Alcune su Mediaset.