Vince Prodi: i ds fanno autocritica

Il leader dell’Unione: «Non posso chiudere gli occhi di fronte al disagio dei nostri elettori». D’Alema e Fassino si «pentono» e incassano la solidarietà di Rutelli

da Roma

Romano Prodi insisteva da tempo, ore e ore passate al telefono, anche dalla montagna, per smuovere quella che sembrava una montagna. Un ritornello fisso: «Non possiamo farci del male da soli, proprio adesso...». Mesi e mesi di lavoro e propaganda buttati via proprio alla vigilia delle Politiche. La situazione intanto precipitava, l’Unione entrava in sofferenza, all’interno della Quercia crescevano imbarazzi e malumori. Mussi e Salvi se ne facevano interpreti, «non si difende il partito dichiarando che Fassino e D’Alema sono infallibili...». Il cerchio si stringeva, e Romano batteva il chiodo. Martello pneumatico e goccia cinese assieme. Fassino il primo a dare segni di cedimento, mentre a lungo è rimasto il nodo politico dell’irremovibilità di D’Alema. Fin troppo conscio che cedere la casamatta del caso Unipol avrebbe significato una perdita di autorevolezza del partito, la consegna definitiva delle chiavi a Prodi.
Il lavoro «occulto» del leader dell’Unione ha avuto momenti durissimi, nei quali sono volate parole grosse e, secondo taluni, persino minacce incrociate. Ma il «muoia Sansone con tutti i filistei» è sembrato troppo. Alla fine la «linea Maginot» è stata sgretolata, nel giro di ventiquattr’ore Fassino si è ulteriormente «turbato» ammettendo la propria «fallibilità», e D’Alema «amareggiato e ferito» dai comportamenti del reprobo Consorte. Un capovolgimento ardito, fino all’autocritica chiesta da tutti gli alleati. Così è potuto giungere la solidarietà di Rutelli («Siamo certi della correttezza e onestà di Fassino e dei Ds») e il bollettino di vittoria del quartier generale prodiano: «Va tutto bene, c’è perfetta sintonia nell’Ulivo».
Il nembo pacificatore di Prodi arrivava poco più tardi, sul sito internet, nel quale il leader rivendicava la correttezza e coerenza della sua linea fin dal principio. Dall’editto estivo di Creta sulla moralizzazione della politica (che «sollevò più di una critica», ricorda Prodi) al monito affinché nel rapporto con il mercato «la politica sia in campo come arbitro, mai giocatore». Garantire l’esistenza delle regole, la capacità di agire delle autorità, l’efficacia delle sanzioni. Il quadro tracciato batteva dove il dente duole: «Non posso chiudere gli occhi di fronte ai segni di disagio tra i cittadini e gli elettori del centrosinistra», scrive il leader. E quindi l’affondo: «Milioni di italiane e italiani ci chiedono di decidere adesso, di procedere subito e ovunque alla costruzione del Partito Democratico». Ai Ds, anzi al centrosinistra tutto, il riconoscimento di una «diversità che si traduce in fatti concreti». Ma soprattutto, assieme ai Dl, il peso di «una responsabilità più grande», che impone di fare il possibile per «vincere e governare».
Il «momento più difficile degli ultimi dieci anni» dei Ds (parole di Minniti) trovava così almeno tregua nella coperta unionista. Rutelli confermava l’azione «all’unisono con Prodi e i Ds» e invitava a smetterla di «discutere di scalate» per tornare «all’agenda del Paese», in quanto la priorità resta quella di «vincere le elezioni e porre termine al disastro del governo». Sventato il rischio di una lista Prodi, «gli assetti delle liste sono già decisi», il leader dielle si mostrava magnanimo a proposito dell’affare Unipol: «Inutile dire che l’“avevamo detto”, ora bisogna sostenere le Coop che hanno avuto un colpo di immagine...». L’autocritica dei dirigenti della Quercia trovava intanto una pioggia di associazioni all’interno del partito, come se fosse saltato un tappo. «Giusta autocritica», sentenziava Violante; «Abbiamo peccato in un difetto di sobrietà», faceva ammenda Bersani. Surreale la raccomandazione di Visco: «Tutti hanno la squadra del cuore ma ci vuole riserbo». L’insperata conclusione unitaria della direzione di domani sembrava a portata di mano, anche se la sinistra del partito non decideva di dissotterrare l’ascia. Crucianelli faceva l’elenco degli errori dei vertici che avrebbero meritato un congresso straordinario, Mussi ricordava di aver detto a luglio le stesse cose di D’Alema, «ma non siamo stati ascoltati». Una riunione odierna chiarirà se ci si accontenterà così, senza neppure uno scalpo.