Vince il ricatto dei centri sociali Alemanno costretto a rinunciare

Il sindaco di Roma su consiglio della questura ha dovuto disertare la
manifestazione dei partigiani a Porta San Paolo: "Contro di me era
pronta una protesta violenta"

Roma Ma quale festa di tutti. A Roma ieri è stato 25 aprile: festa del ricatto. Quello dei centri sociali, ai quali è bastato minacciare un lancio di ortaggi contro la paventata presenza del sindaco di centrodestra Gianni Alemanno alla manifestazione di Porta San Paolo per ottenerne la rinuncia. Un gesto concordato con le forze dell’ordine e con le altre autorità locali.
Insomma, più che la memoria condivisa poterono i pomodori. E pensare che venerdì sera Alemanno aveva auspicato un «25 aprile di svolta» e aveva scritto il temino delle buone intenzioni: «La Liberazione è un valore condiviso perché i combattenti furono di sinistra, furono comunisti ma anche persone di destra, di centro, liberali e monarchici. È giusto che tutto questo venga rivendicato».
Ingenuo Alemanno. E prevedibili le frange più estreme dell’ultrasinistra, abituate sin dai tempi di Rutelli e Veltroni a fare il bello e il cattivo tempo nella capitale. Così ieri mattina il dietrofront: «Purtroppo - fa sapere Alemanno alla buon’ora - la questura mi ha comunicato ufficialmente che i centri sociali hanno fatto una mobilitazione a Porta San Paolo organizzandosi anche con forme di protesta e di contestazione molto violente. Per questo motivo come atto di responsabilità rinuncio ad andare». Una scelta piena di rammarico: «Mi dispiace molto, perché intendevo rendere un atto di omaggio a tutte le formazioni di partigiani e di coloro che hanno partecipato alla lotta di liberazione, come atto doveroso del sindaco di Roma e anche mio personale». E c’è da dire che l’inquilino del Campidoglio ha fatto di tutto per far sfoggio di fair-play. Al punto da firmare ieri mattina, a Forte Bravetta, nel corso di un’altra commemorazione, una petizione popolare presentatagli di persona da un consigliere comunale del Pd, Paolo Masini: documento che si oppone alla proposta di legge presentata da alcuni parlamentari del Pdl per l’equiparazione dei repubblichini di Salò ai partigiani. Un atteggiamento che ha attirato ad Alemanno anche critiche da parte di Francesco Storace, segretario nazionale della Destra: «Esaltare la liberazione e non essere libero di farlo è la medaglia che merita chi fa troppe capriole rispetto alla propria storia». Mentre a sinistra si rincara la dose: «Dispiace che Alemanno non venga, è un’anomalia che il sindaco di Roma non possa partecipare a una manifestazione come questa. Ma se oggi c’è un rischio di sicurezza significa che ci sono delle ambiguità nel suo comportamento», dice il segretario del Pd regionale del Lazio Roberto Morassut.
Ad Alemanno resta tanta amarezza e le dichiarazioni di solidarietà bipartisan. Un po’ imbarazzate per la verità quelle del presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, che parla di «macchia» ma poi aggiunge che «dobbiamo continuare a dire con grande forza che questa è la festa di chi aveva lottato perché l’Italia fosse un Paese unito ed è la festa della Resistenza»; e del presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti: «Ad Alemanno è stato negato il diritto di parola, e questo non può avvenire in nessuna situazione», ma anche lui poi distingue: «Un’eventuale contestazione sarebbe stata di una piccolissima minoranza». Può darsi: ma a giudicare dagli slogan anti-Alemanno scanditi con agitar di pugni chiusi e dai fischi indirizzati a Massimo Rendina, presidente dell’Associazione nazionale partigiani, quando si è detto «dispiaciuto per l’assenza di Alemanno», c’è da chiedersi che cosa sarebbe accaduto se Alemanno avesse ignorato il consiglio della questura e si fosse presentato a festeggiare la fine del fascismo.