La Vincenzi non si scusaE la claque applaude

Dopo la tragedia di Genova, il sindaco parla al Consiglio comunale. I militanti di Pd e Idv occupano la tribuna del pubblico. I cittadini restano fuori e protestano: è un soviet

Genova «Ma si rende conto in che città viviamo e cos’è questo palazzo? Un Soviet. Si sono portati dentro le loro truppe cammellate del Pd e dell’Idv e a noi ci hanno lasciato fuori». Alle 15.50 il cortile di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova, si trasforma in un’arena politica dove esplode tutta la rabbia dei genovesi venuti qui per assistere al consiglio più atteso degli ultimi anni, con il resoconto del sindaco Marta Vincenzi sull’alluvione di venerdì.

Rappresentanti politici dell’opposizione, come ovvio, esponenti di movimenti cittadini, ma anche gente comune che dopo aver pianto le sei vittime, chiedeva soltanto di poter guardare in faccia il sindaco mentre parlava della tragedia. O esprimere il proprio dissenso, senza accontentarsi delle immagini trasmesse da due schermi allestiti all’esterno della Sala Rossa. Invece non accade nulla di tutto questo e ciò che doveva essere un confronto tra la giunta e la cittadinanza, al termine della prolusione della Vincenzi si trasforma in un’ovazione da stadio con due minuti di applausi. Tutti per Marta, s’intende.

«Siamo arrivati alle 13.30 come ci era stato detto, ma nei banchi riservati al pubblico c’erano già i supporter del sindaco». Davide Rossi è il capogruppo della Lega in uno dei nove municipi cittadini. Lui, come altri contestatori, si era presentato in Comune per chiedere le dimissioni del sindaco e della giunta. Ma è troppo tardi, quantomeno per riuscire ad aprirsi un varco tra la claque di sinistra che staziona lì da un po’. Alcuni dei «dissidenti» superano i controlli di un Municipio «militarizzato», e occupano i pochissimi posti rimasti vuoti. Una decina.

«Appena ci siamo seduti, ci hanno detto di uscire. Ci hanno insultato: “Coglioni, cretini, andatevene via, cosa ci fate qui” - sbotta Maurizio Gregorini del Movimento Civico Merito -. Cercavano la rissa e a quel punto cosa fai? Ti sbattono i giornali della sinistra in faccia, ce ne siamo andati. Abbiamo alzato dei bigliettini con la scritta “Non sei il mio sindaco”, i vigili ci hanno chiesto i documenti, neanche fossimo dei pericolosi sovversivi». Mentre dentro la Sala Rossa la Vincenzi passeggia in abito nero come a portare ancora il lutto per i morti dell’alluvione, pronta per iniziare il suo lungo, lunghissimo discorso. Quarantacinque minuti di monologo di fronte alla sua giunta e ai consiglieri comunali, senza che venga pronunciata la parola «scusa».

Mai. Nemmeno quando con una meticolosità che forse avrebbe dovuto applicare la settimana prima, ripercorre minuto per minuto la cronaca di un disastro. Annunciato per tutti, ma non per lei. «Dalle previsioni meteo non si poteva prefigurare un evento così straordinario da essere definito “tempesta tropicale”» si ostina a ripetere, scaricando le responsabilità sull’Arpal e rimettendo alla magistratura il compito di appurare eventuali responsabilità. Peccato che poco dopo arrivi la smentita: «L’allerta 2, come ormai noto anche ai non tecnici, prevede esondazioni, frane ed elevato rischio per l’incolumità di persone e danni alle cose - precisa l’Arpal - e connota eventi di natura eccezionale». Ma poco conta, perché lei è sicura di aver dalla sua una platea docile e amica. «Dipendenti comunali di provata fede, mentre i cittadini della Val Bisagno sono rimasti fuori. Una vergogna», avrà il coraggio di dirle in faccia, Gianni Bernabò Brea, consigliere d’opposizione.

Mentre fuori si scatena la protesta. Giura Gregorini che loro «son persone civili. Ma da oggi basta, è guerra». Un signore accanto a lui scalpita. Ha una rabbia dentro...«Questi sono bulgari, fascisti rossi. E la pietas non sanno nemmeno cosa sia».