La Vincenzi «si autosfiducia» per le mazzette a Genova

Inchiesta sugli appalti truccati, ora il sindaco parla di «tradimento» dei suoi più stretti collaboratori. E pensa a un rimpasto di giunta per sostituire gli assessori dimissionari

da Genova

Marta Vincenzi, «la sindaco» di Genova, ha iniziato dicendo che «no, ma quale associazione a delinquere, quelli lì al massimo sono una baby gang». Era appena venuto fuori che «quelli lì», i suoi collaboratori più stretti a partire dal tuttofare Stefano Francesca, i suoi assessori, erano accusati per un giro di mazzette date per aggiustare l’appalto delle mense. Aveva anche aggiunto, la sindaco, che era tutta roba della precedente amministrazione, perché due indagati erano ex consiglieri comunali. Poi sono uscite le intercettazioni, e la dimostrazione che tutto era legato agli appalti che l’attuale amministrazione si apprestava a fare. E Marta Vincenzi ha iniziato a parlare al condizionale. «Se fosse vero, la riterrei una coltellata». Poi sono scattate le manette, ci sono stati gli interrogatori, sono uscite tutte le telefonate e le intercettazioni scottanti. Anche quelle che tirano in ballo, sempre indirettamente sia chiaro, lei e il marito Bruno Marchese. E allora il suo braccio destro Stefano Francesca, è diventato «un Giuda», tutti i politici coinvolti «gente di cui non ci si può fidare». In pratica una mozione di sfiducia contro se stessa, autoaccusandosi di essersi fidata di gente che nessuno prenderebbe come proprio collaboratore.
Ora la sindaco di Genova pensa al «rimpasto» di giunta, per sostituire i due assessori dimissionari (Massimiliano Morettini e Paolo Striano) e ordina a un avvocato di citare per danni gli uomini che lei stessa aveva scelto per guidare «la nuova stagione». Di più, fa preparare un «codice etico», il manuale del bravo amministratore. E annuncia un’Authority comunale - con componenti bipartisan - per vigilare sugli appalti, dopo aver spergiurato che a Genova gli appalti col nuovo sistema che ha portato lei sono assolutamente al di sopra di ogni sospetto perché tenuti al riparo dal controllo politico.
L’inchiesta parte dalle mense del Comune di Genova, il cui appalto scade con la fine di questo anno scolastico, ma coinvolge la politica di mezza Liguria. Un po’ perché gli indagati, intercettati al telefono e persino al ristorante dove si vedono per pranzi «di lavoro», vantano conoscenze in ogni campo purché ai massimi livelli. Gli ex consiglieri diessini Massimo Casagrande e Claudio Fedrazzoni, l’imprenditore Roberto Alessio, il portavoce del sindaco Stefano Francesca sembrano poter disporre di amicizie di ferro con chiunque abbia un minimo di potere. E così se un assessore non è ancora convinto a entrare nel giro, c’è chi si dice pronto a far intervenire il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. C’è chi, ipotizzando la necessità di «coperture» trasversali millanta la possibilità di «arrivare» al neoministro Claudio Scajola. In 697 pagine di ordinanza del gip, che riporta intercettazioni di ogni tipo, non c’è mai un riscontro di questi contatti. Gli indagati però mettono a punto la loro strategia, e decidono anche le ricompense, addirittura la forma meno sospetta per mantenere gli accordi.
Un terremoto che squarcia i muri della politica ligure e fa vedere quello che accade dentro. Anzi, un nuovo terremoto, visto che segue da vicino quello provocato dall’inchiesta sul porto con l’arresto del presidente Giovanni Novi ordinato nel giorno in cui si apprestava a lasciare l’incarico. E dalle ordinanze del gip, dalle intercettazioni, esce di tutto. Non solo il tentativo di truccare gli appalti, ma anche la consuetudine del voto di scambio, con l’ormai ex assessore Paolo Striano accusato di cercare assunzioni di conoscenti presso imprenditori amici. O ancora la consuetudine di usare le auto di servizio, le auto blu, per affari privati, ad esempio per far accompagnare il figlio a scuola. Un particolare emerso quasi per sbaglio, assolutamente irrilevante per l’inchiesta, ma che ha scatenato un finimondo politico in Regione Liguria. Il fatto che dalle intercettazioni emerga anche il «pagamento» di spese dell’ultima campagna elettorale per le comunali genovesi da parte dell’imprenditore interessato alle mense, sembra quasi un dettaglio insignificante. Tanto che il sindaco Marta Vincenzi sorvola sull’argomento.