Vincenzo Pardini antimoderno o no è uno dei nostri (pochi) veri scrittori

Vncenzo Pardini ha scritto racconti che rugliano, cioè ruggiscono. A ben ricordare è stato sempre così. Basti pensare alla sua lingua aspra e colta, impossibile da piallare. Basti sapere che lui, da me chiamato affettuosamente “Vincipardo” (perché sa di arciere del Duca di Modena), è da trent’anni guardia notturna e di giorno si ruba il sonno per redigere l’arte della scrittura. Basti puntualizzare che proviene dall’Appennino: la remota colonna vertebrale da dove sono scaturiti tutti gli idiomi.
Ora manda in stampa la raccolta di racconti Il viaggio dell’orsa (Fandango, pagg. 358, euro 18) e subito è chiaro che la lotta o l’amore tra uomini e animali deciderà le sorti del mondo. Lotta e amore, odio e amore, pietà e ferocia, tenerezza e impassibilità. Nel leggere lo scrittore di Stabbiano (vive con ostinazione ai margini del bosco, pronto ad avvistare lupi, civette, cinghiali, istrici... lamentandosene ma non potendo e volendo vivere da nessuna altra parte) si resta sempre impigliati nelle trappole del dubbio. Lui parteggia per gli uomini o per gli animali? Vincipardo è convinto che gli animali siano gli ultimi esseri dotati di pietà. Proprio loro governati per intero dall’istinto. Loro che non hanno la ragione, l’intelligenza, la cultura. Sì, proprio loro, a differenza degli uomini che sono ridotti al lumicino in fatto di istinto ma che invece hanno sviluppato una superpotente intelligenza, anche se perversa e dunque umiliante. Vedete, con Pardini siamo arrivati sul confine: gli animali hanno maggiore pietà degli uomini. È ovvio, si tratta di un paradosso però ci fa capire come “Vincipardo” muova i suoi racconti verso la guerra, consegnando al rugliare dell’orso il grido di battaglia. Lo scontro finale si combatte tra i frammenti di bellezza (natura, animali, scrittura, lavoro) e il lento inabissarsi della modernità. Dunque Pardini è uno scrittore antimoderno? Questo non ci deve interessare. A noi interessa che è uno scrittore e basta. E di scrittori ne nascono sempre meno.
Se a “Vincipardo” dico che è il tenutario dello zoo della Garfagnana si rabbuia. Pensa che suoni riduttivo, che spesso editori e critici l’hanno voluto rinchiudere lì come in un carcere per non sapere o volere vedere cosa ci capitasse dentro. Invece Vincenzo Pardini ha la potenza e la grandezza dei feudatari. È proprietario di una piccola Patria, una specie di piccola bara, di piccolo palazzo, di piccolo mondo che però non coincide con il nostalgico «mondo antico». “Vincipardo” è il comandante di un esercito posto all’avanguardia: perché la Garfagnana non è un pezzo di terra sconosciuta bensì il laboratorio dell’umanità. Il caos, la ferocia, la pochezza del mondo si confrontano in questo zoo dove gli esseri animali e vegetali si scambiano la maschera forse per non vedere l’apocalisse nella quale Pardini si ciondola ogni giorno.