Per vincere il bronzo si fa 5.500 km all’anno

nostro inviato a Göteborg

C’è regalo e regalo. Per le sue nozze Elisa si è scelta una medaglia: bronzo puro, timbrato Europa. Troppo chiedere l’oro. E così il 16 settembre Elisa Rigaudo, biondina tutto pepe di Cuneo, sposerà Andrea portando in dote la medaglia che fino ad oggi aveva inseguito. Non è mai troppo tardi: nel mondo del tacco e punta oggi sei morto, domani scopri l’elisir. Niente da spartire con le risorse di Ryta Turava, ventiseienne bielorussa che ha tutto per essere un uomo, tranne il nome. Qualche sbadatone pensava che quella di ieri fosse una 20 km mista, anziché femminile. La Turava sculettava da sola, un minuto e mezzo avanti alle altre, lasciando intravedere una chierica che ingannava, mentre le sue mani affusolate potevano riportare ad una realtà donna. Garantita anche dalla Rigaudo. «Certo, a ventitré anni sembrava molto più femmina di come appare oggi».
Ironie di una ragazza finalmente felice, dopo averla vista l’anno passato con il viso appiattito dalla delusione: un settimo posto ai mondiali e, subito dopo, un gran sbotto di Sandro Damilano, il suo allenatore. «È soltanto una piazzata, non combinerà mai niente», urlò. E lei, ieri, non ha perso un attimo a prendersi la rivincita: «Avete visto? Potete scrivere che non sono solo una piazzata. C’è voluto un anno per mandar giù quel rospo». Sandro Damilano la guardava con occhi soddisfatti: Elisa rappresenta la 39ª medaglia della carriera di allenatore. «E prima di partire le ho detto: sbugiardami. Dimostra che avevo torto».
Detto e fatto. Elisa ha fatto gara d’attacco. Subito dietro la Turava, quasi sempre in compagnia di Olga Kaniskina, un topolino russo di appena 21 anni che ha profittato di una sua défaillance nell’ultimo chilometro per soffiarle l’argento. Gli anni di Elisa sono ventisei, e ieri ha trovato Franco Arese, il presidente federale, che l’ha spinta a gran voce metro dopo metro. Simpatia fra gente della stessa terra. Poi ci si è messo anche Howe. Ed allora la Rigaudo si è sentita più leggera, come fosse in altura. Quest’anno, infatti, ha provato a costruir la gara senza lasciare nulla al caso: allo staff ha aggiunto una preparatrice mentale. «Non credevo molto in me stessa, mi facevo influenzare da gente esterna». Poi ha vagato in altura, tra Perù e Alto Adige, perché il problema suo è contrario a quello dei ciclisti. Loro navigano con ematocrito border line. O peggio. Lei ha numeri molto bassi. I ciclisti possono arrivare a 49,9 prima di essere mandati a casa. Elisa quest’anno si è fermata a 33,8. «Ho cercato di alzarlo un po’, ne ho bisogno per migliorare la soglia della resistenza». Tutto perché un bronzo non basta. «Ci sono olimpiadi e mondiali. Ho ancora fame. Quest’anno ho messo 5500 km nel motore. L’anno prossimo voglio puntare ai seimila». Più o meno come andare a piedi da Roma a Mosca e ritorno.
La Rigaudo ha illuminato la giornata azzurra nella quale i fratelli Ciotti si sono bevuti ogni possibilità di medaglia nell’alto alla soglia dei 2,30. Promettevano meglio e di più. Ma l’alto è sempre una roulette russa: ne sa qualcosa Stefan Holm, la cavalletta svedese che qui era l’idolo di casa, steso come quattro anni fa da un russo. L’altra volta vinse Rybakov, stavolta si è visto soffiare la vittoria da Andrey Silnov, classe ’84, che lo ha steso a m. 2,36. Fallendo poi i m. 2,41. Ieri i russi hanno fatto man bassa (Lebedeva nel triplo, Isakova nei 400 ostacoli). Kim Gevaert (11”06) ha giocato nella finale dei 100 metri (Ottey fuori in semifinale). I francesi hanno suonato «Allons enfants» con Baala nei 1500 metri, dove Obrist è finito nelle retrovie, e nei 400 metri dove Marc Raquil (45”02) si è giocato lo sprint col russo Frolov. Andrea Barberi ha smesso di far sognare presentandosi troppo indietro nel rettilineo finale: gran recupero, ma solo quinto posto (45”70). Forse una medaglia buttata. Ma questo è l’orticello di Italia nostra.
Oggi altro giro, altre voglie: Carabelli nella finale dei 400 ostacoli e Cavallaro nella semifinale dei 200 metri. Gibilisco farà prove generali per il salto con l’asta e Alex Schwazer proverà a vedere se il suo cardiofrequenzimetro lo guiderà a una medaglia, come l’anno scorso nella 50 km di marcia ai mondiali. Sperare non costa niente.