Vincere così Che c’è di più bello?

Che cosa c’è di più gustoso di un gol segnato all’ultimo secondo, su un calcio di rigore dubbio, forse inesistente, addirittura inventato però fischiato a nostro favore? Che cosa c’è di più godurioso di una vittoria acciuffata dopo novantaquattro minuti di sofferenza e, insieme, di noia e sbadigli, quando ormai i supplementari sono la soluzione normale, ordinaria e il cronometro non offre altri margini di speranza se non la fuga in bagno?
Risposta: c’è Italia-Australia, inguardabile ma comunque alla fine guardata ieri, mentre l’afa appiccicava cervello e occhi, mentre il silenzio di paura e di apprensione teneva il Paese aggrappato a un tiro, a un cross, a un pallone vagante, dopo il referendum ovviamente.
Rigore: non c’è nulla di più illogico e al tempo stesso di più fascinoso nel gioco del football. Di rigore si può morire, si può uccidere, si può rinascere. Incubi per la nostra squadra, memoria acida di mondiali sognati per mille chilometri e frantumati in undici metri.
Quando Grosso è inciampato nell’area avversaria, andando a coricarsi, stremato, contro quell’australiano, Lucas Neill, che era finito a terra, a gambe aperte, sulla finta dell’azzurro, l’arbitro spagnolo ha capito di avere la grande occasione di farsi la doccia con mezz’ora di anticipo e, in contemporanea, di toglierci l’angoscia. Così ha soffiato dentro il fischietto e dentro le orecchie di una ventina di milioni di italiani, Medina Cantalejo, cognome di padre e di madre, figlio e nipote di arbitri, lui che in Germania, come Rosetti, ci è venuto da seconda scelta, perché il titolare era Mejuto Gonzales, respinto dalla Fifa per colpa degli assistenti fuori forma, lui che non voleva nemmeno fare questo mestiere ma dai parenti illustri è stato costretto, lui, l’andaluso, si è fermato, sull’attenti, come un torero al centro dell’arena, allungando il braccio in avanti e indicando il dischetto bianco. E allora da Vipiteno a Calascibetta si è sentito un urlo solo, euromondiale: RIGORE.
Pensate un po’ che cosa sarebbe accaduto, e accadrebbe oggi e in futuro eterno, se Medina avesse fischiato contro di noi lo stesso episodio, all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di una partita sghemba. Per favore cerchiamo indirizzo, codice postale e spediamo subito fiori e cioccolatini all’arbitro assessore in Andalusia, con biglietto di ringraziamenti perché vincere così è bello davvero, ripensando a quel fotogramma, rivedendo gli occhi di Totti, in primo piano, sperando che posi il cucchiaio e prenda il fucile. Uno, due, cinque secondi attaccati alla sedia, al televisore, alla radiolina, in piazza o al bar, in treno, immaginando o sbirciando, come si fa davanti a un film dell’orrore, a un poliziesco. Silenzio, rincorsa, tiro, gol, urlo. Life is now, ha ragione il Pupone. Fine dello spot. Ci manca lo scrittore sudamericano che descriva il rigore più lungo della storia, la partita più stracca del mondiale. Robetta in confronto a quello che sta avvenendo in ogni dove, clacson e bandiere, girotondi e sbornie, lunedì bianco, ultima idea nostrana. Di certo a Sydney devono aver passato un bruttissimo momento, tra un fuso orario e l’altro, là erano quasi le tre del mattino, mentre qui si andava a cena con la faccia allegra, gli Aussie si coricavano con lo stomaco in disordine, mandando maledizioni al soccer, alle pizze e alla paella. Da oggi per loro soltanto cricket, tennis e rugby. Per noi, invece, avanti il prossimo.