Vincere non basta: il Real licenzia Capello

Madrid liquida il tecnico vincitore della Liga Il saluto di Fabio: «Ringrazio tutti tranne due»

La minestra riscaldata, per la seconda volta, gli è andata di traverso. Eppure Fabio Capello che a modo suo è un uomo di parola, doveva immaginarlo. L’aveva promesso in modo solenne uscendo dai cancelli di Milanello nella primavera malinconica del ’98 quando gli arrivò il primo esonero in carriera. «Mai più tornerò in una squadra già allenata» giurò. Aveva garantito la rifondazione al Milan e a Silvio Berlusconi che s’era impegnato in un costosissimo mercato, fallì in modo clamoroso la missione: decimo in campionato e finale di coppa Italia persa contro la Lazio. C’erano altri due anni di contratto da onorare, gli fecero sapere di passare a ritirare tuta e stipendio perché il Milan avrebbe voltato pagina con Zaccheroni. «Mai più tornerò in una squadra già allenata» promise don Fabio. E infatti partì poi per Roma, passò quindi da Torino, sponda Juve prima di commettere l’errore di volare ancora a Madrid nelle braccia del Real che aveva già guidato al successo nel ’97, presidente Sanz col quale non ebbe un grande feeling. Fu lui, il mascellone di Pieris, allora, a lasciare in tronco il club più famoso al mondo e laggiù nessuno ne fece una tragedia. Il suo successore, di lì a qualche mese, regalò la Champions league (contro la Juve).
Questa volta è andata in modo diverso, molto diverso. Don Fabio s’è incontrato e scontrato con un altro presidente alle prime armi, Ramon Calderon, avvocato di starlette televisive il suo mestiere, hanno lavorato fianco a fianco per qualche mese, ma al primo sventolar di fazzoletti bianchi allo stadio Bernabeu, ecco i dissidi accentuati dall’eliminazione in Champions e dal ritardo nei confronti del Barcellona poi colmato da un recupero tanto clamoroso quanto fortunoso. Nel giorno del trentesimo titolo regalato alla «casa blanca», Capello non tradì il suo temperamento rancoroso. Invece di gioire del trionfo a dispetto di tutti, se la prese con quelli dell’Inter. «Sento miei gli scudetti dell’Inter assegnati da un certo signor Rossi» dettò feroce prima di liquidare anche il rapporto con Calderon, «chiedete a lui se resto oppure no». Non è rimasto. Era stato prenotato Bern Schuster e lui lo sapeva da tempo. Col suo gruppo (Italo Galbiati assistente, Neri preparatore, Franco Tancredi allenatore dei portieri, Franco Baldini consulente di mercato) s’era congedato il giorno del suo compleanno numero 61, lunedì 18 giugno. «Ci vediamo a settembre» promise prima di volare, in vacanza.
A Madrid il secondo esonero di don Fabio è stato decretato dal pubblico insoddisfatto dello spettacolo, dai media («tutti professori davanti a un computer»), e dalla giunta esecutiva del Real. Tutti insieme hanno stabilito che, nel Real Madrid, vincere non è sufficiente: bisogna anche giocar bene, convincere insomma, come ha ricordato ieri Arrigo Sacchi, il suo eterno rivale. «Grazie a tutti» il messaggio, preparato in anticipo, da Capello e spedito alle agenzie dallo studio legale che ne ha curato gli interessi. A tutti tranne due, il presidente Calderon e il ds Mijatovic. Nessuna meraviglia, l’uomo è fatto così, incapace di coltivare il sentimento cristiano del perdono. Ha vinto tanto, ma ha anche perso parecchio, specie a livello di coppa Campioni (due finali su 3 ai tempi del Milan, puntualmente eliminato con Roma, Juve e Real Madrid). Ha promesso che questo col Real sarebbe stato l’ultimo contratto della sua carriera di allenatore. Bisogna credergli? Conoscendo l’uomo la risposta è una sola: meglio non fidarsi.