Un vincitore friabile ma non banale

Mettiamola così: ha vinto la simpatia. Ovvero, poteva andar peggio. Giuseppe Povia è un ragazzo per bene arrivato al successo dopo un’aspra gavetta, ha un’accattivante dimestichezza col mondo desueto delle fiabe, pratica la poetica pascoliana del «fanciullino» corretta dall’ironia radente dei toscani e da un vigile senso dei propri limiti: «Mi provoca disagio - mi disse una volta - stare in questo mondo della canzone, dove tutti si prendono sul serio e nessuno ride mai». Era perciò fisiologico, in fondo, che fosse proprio lui, che non ama prendersi troppo sul serio, a vincere questo festival che con la serietà ha disdetto da anni l’abbonamento.
In più, Povia ha un amore speciale per le categorie neglette, marginali, senza importanza: ha ottenuto il successo cantando lo stupore lungimirante dei bambini e la loro attitudine al sogno, ora ha espugnato Sanremo con una filastrocca dedicata ai piccioni, i volatili più ingloriosi e disprezzati. C’è, in questo, una sghemba generosità, una sorta di dimessa civiltà che favorisce l’identificazione tra l’ex cameriere divenuto cantante e la gente comune, e forse la vittoria sanremese si spiega anche così.
Ciò detto, è tuttavia innegabile che Vorrei avere il becco, la canzone di Povia, brilla più per gradevolezza che per spessore, e la sua vittoria conferma l’irrefrenabile tendenza dei giurati a «punire» i brani migliori, premiando quelli di minor livello. La brutale, insipiente, incivile eliminazione di Carlo Fava e Noa, di Mario Venuti, di Anna Oxa, di Ron, dei Deasonika, di Ivan Segreto, di L’Aura, e per contro gli alti punteggi riservati a Zarrillo, alla Tatangelo, a Maffoni e ad altri di analogo livello dimostrano la perdurante incapacità del festival di affidare il giudizio sulle canzoni in gara a giudici capaci di giudicare. In tal modo i brani migliori vengono rapidamente eliminati, e i brocchi prevalgono sui cavalli di razza. Si erano salvati dall’eccidio, miracolosamente, i Nomadi, con la loro canzone contro la guerra scritta con pregnante semplicità, senza slogan roboanti e senza retorica comiziante: non un proclama, ma la lettera dal fronte inviata da un padre al figlio bambino, col linguaggio spoglio della quotidianità: «Sai scriverti una lettera/non è una cosa facile/mi sento così fragile/le bombe non ti ascoltano...». Il gruppo emiliano, scampato alla mannaia dei giurati, sembrava il più sicuro candidato alla vittoria, e probabilmente l’avrebbe ottenuta se non si fosse frapposta l’ennesima stramberia voluta dall’organizzazione festivaliera: la scelta del vincitore è stata delegata al televoto, azzerando i punteggi assegnati ai finalisti dalle votazioni precedenti. Punteggi che, per quanto concerne i Nomadi, sembra fossero sufficientemente alti da procurare al gruppo, se fossero stati sommati all’esito del televoto, una meritata vittoria. Pazienza. Ha vinto comunque una canzone friabile ma non banale, e rispetto al costume sanremese questa è quasi un’inversione di rotta: non elimina la delusione, ma un po’ la attutisce.