«Vinco con i miei kart e con i piloti italiani»

nostro inviato a Sakhir (Bahrein)

Il proprietario di team Robert Kubica ha le idee molto chiare. Per cui c’è da giurarci: se fosse lui al comando di una delle squadre di F1 che da inizio anno continuano a litigare, avrebbe già risolto molte beghe. Perché Robert dice pane al pane e vino al vino, perché corre e pensa in linea retta e le curve della politica e dei regolamenti lo fanno incacchiare. E poi Robert non è più solo il meno patinato e il più concreto dei piloti di F1, Robert ha realizzato il suo sogno: possiede un team che corre in Italia.
Boss di una squadra e costruttore di kart?
«Non sono un costruttore e non mi comporto da boss».
Non sarà un costruttore, ma i suoi kart vincono e si chiamano R.K.
«Questo sì, amo i kart, l’Italia, e ho creato qualcosa di mio per togliermi delle soddisfazioni».
Non le basta la F1?
«Sì, però i kart sono 100% emozioni sportive e puro godimento, senza politica e scocciature...».
Senza giornalisti...
«Sì. E senza le tante cose successe di recente, penso ai reclami in Australia, ne ho contati più di otto. Invece nel campionato kart, serie mondiale, Wsk, dove corre la mia squadra con telai Birel, ci si diverte. Ho tre piloti: un polacco come e me e due italiani: Kevin Ceccon e Antonio Piccioni».
Come la Brawn Gp, la sua squadra ha vinto all’esordio.
«Sì, a Muro Leccese, gara mondiale».
Due italiani in squadra: ce lo svezza un Kubica tutto per noi?
Ride. «Eh, sì, ci provo. Mi piace consigliarli, dar loro una mano, però l’intento non è poter dire un giorno “ah, li ho scoperti io”, bensì farlo per il piacere di vederli correre con qualcosa di mio. Quest’inverno è stato pesantissimo, mi rendo conto che si tratta di un grande impegno».
Pesantissimo per la F1?
«No, per i kart. La F1 mi prende il 100%, per dare altro ai kart non ho più avuto tempo libero. Ma ci tengo troppo».
Del Kubica pilota si sa, e del team manager? Più Briatore o più Todt?
«Non sono un team manager. Però scelgo le persone, voglio gente giusta al posto giusto, il resto cerco di darlo io. Ho molto da insegnare a quei ragazzi. Solo pochi anni fa ero come loro. Non sanno che il salto che li attende è enorme, non si rendono conto che non basta andare veloce, che la strada è lunga, ma riuscirò a farglielo capire».
Un team manager che bacchetta i suoi piloti?
«Ripeto: non sono team manager. Io dico sempre la mia e lo faccio per loro».
E se uno ribatte come, a volte, fa lei in F1?
«Se ha ragione lo accetto, il mio spirito di squadra è come quello che c’era in F1 anni fa. I ragazzi hanno problemi? Qualcosa li disturba? Parliamone, magari è la macchina, il kart. E poi uscire dalle difficoltà dà più piacere di una vittoria».
In F1 sembra che solo lei ed Alonso ragioniate con la vostra testa.
«Ci associano spesso, siamo amici. Io amo dire le cose come stanno e la gente si sorprende di questo. Ovvio, non dico tutto quel che accade in squadra, perché altrimenti non sarei già più qui. La passata stagione qualcuno sosteneva che criticavo troppo, ma poi il team mi ha dato ragione».
La vicenda Hamilton, le bugie sul sorpasso di Trulli, il processo il 29 aprile a Parigi.
«Ho conosciuto Lewis nel ’97, eravamo buoni amici. Eravamo, perché non lo siamo più e chiudo qui. Non potrei essere condizionato da un team manager a dire bugie, ho la mia testa».
Allora promesso: ce lo svezza un buon italiano?
«In effetti molti chiedono di correre nella mia squadra, ma preferisco averne di meno per fare meglio il mio lavoro. Ma se mi ingrandisco...».