Vincoli all’export, Pechino si ribella

Washington non cede e insiste sulla lotta alla pirateria. In Italia persi 256mila posti in 12 anni

da Milano

La «guerra del tessile» tra Cina e Occidente continua. Pechino ha espresso «forte insoddisfazione» per le nuove limitazioni imposte da Usa e Ue sulle esportazioni di prodotti tessili, definite «una seria minaccia alle imprese cinesi» dal ministro del Commercio, Bo Xilai, che ha incontrato il capo negoziatore statunitense per il Commercio, Robert Portman, durante il forum per la cooperazione economica nell’area Asia-Pacifico che si tiene nell’isola sudcoreana di Jeju. Da parte Usa non sono stati forniti dettagli dell’incontro: ma il segretario al Commercio americano, Carlos Gutierrez, dalla Cina dove si trova appunto per discutere la questione delle importazioni tessili con il vice premier Wu Yi, ha ribadito che Pechino dovrebbe fornire alle aziende statunitensi un maggiore accesso al mercato cinese.
Inoltre, gli Usa vogliono le prove che il governo cinese sta adottando misure di repressione efficaci contro la dilagante contraffazione di film, musica e software perché a oggi, dopo gli annunci di buona volontà, le imprese che ne vengono danneggiate per miliardi di dollari in mancate vendite ogni anno «non si sono accorte di miglioramenti significativi», ha detto il segretario.
E in Italia la concorrenza sleale dei Paesi asiatici ha contribuito pesantemente alla crescita della disoccupazione nel settore tessile, dove in 12 anni - dal 1992 alla fine del 2004 - hanno perso il lavoro 265mila addetti. Il dato emerge da uno studio della Filtea-Cgil, secondo cui le perdite più pesanti sono state registrate dalle piccolissime imprese. Da qui l’adesione dei tessili della Cgil alla richiesta di etichettatura obbligatoria avanzata all'Unione Europea dal «Manifesto del Made In», un tavolo che riunisce per la prima volta industriali, sindacati e associazioni dei consumatori con l’obiettivo di ottenere trasparenza e tracciabilità dei prodotti ovunque siano realizzati.