Vincono la canzone pop e la generazione talent Perde il rock intellettuale

S’impongono gli interpreti prodotti dalla tv Bersani il migliore per la giuria dei critici

nostro inviato a Sanremo

Sì nella finale del Festival di Sanremo ci sono tanti squilli glamour, c’è un’Ivanka vestita di cellophane, quindi di trasparenza seminuda, e una stucchevole disquisizione se «stiamo uniti» o «stiamo italiani» o addirittura «europei» come il surreale Papaleo e il pippobaudizzato Gianni Morandi hanno messo in scena prima che iniziasse a cantare Nina Zilli (accidenti, aveva il vestito dello stesso colore della Ferilli, cioè dello stesso colore della scenografia).
Ma da 62 anni il sabato di Sanremo lancia la musica, che poi è ciò che sopravvive quando qui si spengono le luci. Durante la serata ci sono lady come Geppi Cucciari che arriva in scena a piedi scalzi dicendo «devi pur scendere le scale senza qualcosa» con in mente la farfalla svolazzante di Belén. Ormai, dice Geppi, un marito qualunque confessa alla moglie: «Ma cara, non avrai mica le mutande? Che delusione, non me l’aspettavo». Tutti ridono, qui all’Ariston, ma la mente è a quell’altra cosa lì: la musica. Chi vince? In ogni caso questa volta ha vinto la musica in generale, se si considera tutto ciò che è popular e non di nicchia. Per spiegarci, i Marlene Kuntz sono andati a casa nonostante lo strepitoso duetto con Patti Smith proprio perché non c’era la musica giusta: il brano è sospeso tra l’alternative (ma alternative a cosa?) e l’utopia, tra parole esagerate e musica che non le rispetta.
Mai sottovalutare il pubblico, diceva qualcuno. E difatti i Marlene Kuntz sono stati respinti dal Festival. Piuttosto Samuele Bersani, che ha vinto il premio della critica e che ieri sera aveva le solite scarpe da calcio sotto il frac: meglio una filastrocca nella quale si riconoscono in tanti che una Canzone per un figlio che impone pesanti riflessioni. In fondo questo è stato il Festival più popular degli ultimi anni, perché in gara sono arrivati brani come quello di Dolcenera (ieri in minigonna inguinale) che racconta la tragedia di chi cerca casa senza potersi permettere un mutuo. Certo, c’è un Max Giusti che fa promozione ai pacchi di Affari tuoi da domani su Raiuno. Ma ci sono anche Carone e Dalla. Poi Noemi e Arisa. E Finardi, accidenti quanto è cresciuto in questa settimana di Festival. Forse è stato il Sanremo della rifondazione (musicale prima ancora che di format, roba in fondo del prossimo anno).
Le canzoni son più radiofoniche che festivaliere. È stata abolita la rima cuore amore ed è arrivata quella cuore dolore. Tempo di crisi. Ma tempo anche di ottimismo. E quindi, a prescindere da come è andata la gara, il brano di Emma Marrone è un punto di (ri)partenza per la generazione S, quella dello spread, disillusa e svogliata. Insomma, non Sono solo parole, come dice Noemi: stavolta si parla di rinascita, magari nel nome della bellezza come spera Francesco Renga. In poche parole: trent’anni fa proprio qui Al Bano e Romina cantavano che la felicità era «un bicchiere di vino con un panino». Capirai. Adesso c’è Pierdavide Carone con Lucio Dalla a dirigere l’orchestra mentre parla di «venti euro di verginità» con un’intensità che la generazione X non è mai stata in grado di garantire.
È stato il Festival della rifondazione, si diceva. Dieci anni fa si scriveva del Festival quasi defunto. Oggi si parla di Fazio per il prossimo anno e guai a chi immagina una Rai senza Sanremo. Merito anche di Noemi, che arriva sul palco accompagnata da un campionamento di You really got me dei Kinks (il primo pezzo hard rock della storia, ben prima di Helter skelter dei Beatles) ma schiantata da un abito dello stesso colore di quello di Nina Zilli ossia identico alla scenografia. «Sono solo parole, lasciare che lo scorrere del tempo renda tutto un po’ più chiaro». Anche se orfano di rock duro e di hip hop, e anche se sbigottito davanti alla fiera di Respirare che Gigi d’Alessio ha consegnato chiavi in mano alla Berté, il Festival, ieri sera con i brani compressi per far spazio a Celentano, è stato un evento che per la prima volta dopo tanto tempo la discografia (o di ciò che ne rimane) non può che esaltare mentre sono ancora in classifica i dischi di Modà e Gualazzi, ossia Festival 2011. Senza questi dieci milioni di spettatori sanremanti, il pop italiano sarebbe a corto di ossigeno. E in fondo un segnale decisivo è stato quando Arisa (diretta dall’enorme Mauro Pagani) è arrivata sul palco accompagnata dalle note di Gimme all your loving che gli ZZTop cantavano nel 1983. Le convergenze parallele. Le convergenze di un Festival che (battendo le mani ad Arisa) ha messo le radici del futuro.