Vini figli di un Bacco minore

Albana nera, albanella, albarola, albarossa... sono loro la numerosa progenie di un Bacco minore, presentati a Bagnacavallo (Ravenna) in un evento slow dedicato ai vitigni autoctoni. È lo scenario di una mappatura sempre più ricca: dalle 250 varietà censite l'anno scorso, si è oggi arrivati a quota 325, gomito a gomito con i vignaioli: 900 bottiglie in rappresentanza di 492 cantine. I soliti noti, dal Barolo all'Amarone, ma anche vini di nicchia o da riscoprire, a cominciare dal Lambrusco rifermentato in bottiglia di Bellei, Grossi e Graziano. Fra le new entries il pallagrello, vitigno campano vinificato in bianco o in rosso, e il burson (detto anche uva Longanesi, dal nome del suo salvatore), presente solo a Bagnacavallo. Un'altra chicca è il centesimino, così chiamato dal soprannome di Pietro Pianori, che diede avvio alla sua rinascita piantando viti prelevate dal proprio palazzo nel centro di Faenza: una Romagna da bere che lascia sognare salumi e piadine. E poi Anima, che propone metodi classici da vitigni autoctoni: bollicine che arrivano dal Veneto e dalla Sicilia, vedi il blanc de noirs a base di nerello mascalese. Ma la sfida alla globalizzazione dovrà presto confrontarsi con nuove battaglie. «Non siamo più all'anno zero - dice Alberto Adolfo Fabbri, presidente di Slow Food Emilia Romagna - e la problematica delle lavorazioni si fa sempre più pressante. Fra gli obiettivi del 2008 ci sarà la valorizzazione delle pratiche enologiche naturali e dei vini meno lavorati. Torna attuale il messaggio di Gino Veronelli: il dogmatismo non paga. Le tecniche che hanno fatto la grandezza di alcune parti del mondo non possono essere pedissequamente trapiantate. Prendiamo il burson: cresce praticamente con i piedi a mollo, perché la falda acquifera dista 15 cm dal suolo, ma questo non pregiudica la sua carica tannica e alcolica, cosa che smentisce tanti luoghi comuni. I vitigni autoctoni sono un patrimonio che è stato selezionato dall'ambiente, in simbiosi con il territorio e le sue pratiche, ed è da lì che bisogna ripartire».